— Va bene. Addio.

Il commendatore spiegava intanto al fratello come la Clara, che pur troppo non s'era mai rimessa dal gran raffreddore preso nella sciagurata gita automobilistica, fosse stata colta la sera innanzi da affanno di respiro e febbre violenta, come le condizioni si fossero peggiorate nella notte, come il medico curante avesse detto trattarsi d'una polmonite e avesse espresso il desiderio di consultar subito Marchiafava.

— E ora aspettiamo con impazienza questo consulto, — concluse Gabrio Moncalvo guardando l'orologio. — È per le undici.... e non sono che le dieci e un quarto.

La signora Rachele, che veniva dalla camera della malata, si rivolse al cognato:

— È più tranquilla.... Se vuoi vederla.... Procura però di non farla parlar troppo.

Il professore stentò a nascondere l'impressione penosa prodotta in lui dall'aspetto emaciato di sua sorella. Anche due giorni addietro ell'aveva l'aria sofferente; ma quale opera di demolizione doveva, in poche ore, la malattia aver compiuto nel gracile organismo! La pallida faccia incorniciata da due liste di capelli grigi si sprofondava nei guanciali; il petto era ansante, lo sguardo fisso; solo un tenue incarnato diffuso sugli zigomi prominenti rivelava il fuoco distruggitore della febbre.

Ella accennò a Giacomo di avvicinarsi e susurrò:

— Grazie della tua visita.... E Giorgio?

— Verrà più tardi.

— Che faccia presto.... Vorrei salutarlo.