I due fratelli rientrarono insieme nel salottino da lavoro della signora Rachele, la quale stava confabulando con la cameriera.

— Lo sapete che le chiavi le ha mia cognata. Saranno forse nel suo cassettone.... Ora non è possibile.... Cercherete più tardi, dopo il consulto.

Di nuovo il commendatore tirò fuori l'orologio:

— Dieci e trentacinque.... E fossero almeno puntuali!... E la Mariannina?

— L'hanno chiamata al telefono.

Era miss Lizzie May, la sua amica americana, che la invitava a prendere il tè al Grand Hôtel alle 5, e la Mariannina Moncalvo spiegava all'amica che le sarebbe stato difficile accettare l'invito per le condizioni gravi della zia. Della qual cosa, naturalmente, miss May era very sorry indeed. A questa manifestazione del suo cordoglio l'americana aggiungeva una vaga allusione a certe notizie che correvano circa a un gran matrimonio di miss Moncalvo.... Si lagnava d'essere tenuta all'oscuro di un avvenimento di tanta importanza. E miss Moncalvo rispondeva che le notizie erano per lo meno assai premature, e che quando vi fosse qualche cosa di positivo la prima a saperlo sarebbe stata la sua dilettissima miss May. La dilettissima miss May aveva già iniziato la sua brava controrisposta, quando gli orecchi delle due interlocutrici, anzichè il suono delle note voci, sorpresero una conversazione smarrita nel labirinto delle reti telefoniche circa a un riporto di 500 Obbligazioni del Prestito della città di Roma.

Dunque il dialogo terminò così, e la Mariannina, abbandonando l'apparecchio, vide dietro di sè il cameriere che le disse:

— C'è suo cugino, il professor Giorgio. Devo accompagnarlo dalla signora?

— Avanti, avanti! Ma che passi di qua. O che non è di famiglia?

— Oh Giorgio, ci vuole la minaccia di una disgrazia per vederti!... Ci hai dimenticati.