E di lì a due settimane Giorgio Moncalvo salpava da Brindisi.

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Dopo che la campana ebbe dato per l'ultima volta il segnale della partenza, il professore Giacomo, che aveva accompagnato a bordo i viaggiatori, discese sul molo e fermo sulla banchina seguì a lungo con gli occhi e con l'anima il piroscafo che s'allontanava e s'impiccoliva fino a non parer che un punto nero sull'orizzonte.

Quando anche il punto nero disparve, quando svanì la sottile striscia di fumo che segnava nell'azzurro del cielo la rotta della nave invisibile, egli si scosse e riprese a capo basso la via dell'albergo, tra il vociar dei facchini, e lo strepito dei carri, e l'agitarsi incomposto di una folla cosmopolita scesa appena da altri vapori e portante sui volti abbronziti l'arsura dei climi torridi. Mai egli non aveva provato così acuto e pauroso il senso della solitudine, egli che pure, dopo la morte della moglie e nell'assenza del figlio, era vissuto solo per tanti anni nella casa modesta, sacra alla meditazione e allo studio.

Era vissuto solo, ma confortato da una dolce speranza: quella di aver tra non molto questo figlio con sè; acceso del suo stesso amor della scienza, pago come lui delle gioie che dà la ricerca del vero. Oggi non più; oggi il figliuolo, reduce appena al tetto domestico, egli se l'era strappato dal fianco, lo aveva sbalestrato a migliaia e migliaia di miglia, in luoghi ove tutto era nemico. Dicendogli: «Va, segui il tuo maestro, affronta il pericolo delle stagioni inclementi, delle malattie contagiose, degli uomini ostili»; egli aveva creduto salvarlo da pericoli anche maggiori, aveva creduto ubbidire a una voce imperiosa della coscienza.... E nondimeno la sua coscienza non era tranquilla. Aveva egli il diritto di far ciò che aveva fatto? Toccava a lui, proprio a lui, di mettere Giorgio a quello sbaraglio? Una madre avrebbe agito così? E se fosse accaduta una disgrazia? Se Giorgio non fosse tornato?

Nella sera il professore partì. Giunto a Napoli la mattina, dopo una notte insonne, in attesa della corsa per Roma, comperò un paio di giornali, e gli cadde l'occhio sopra una notizia della cronaca vaticana della Tribuna:

«È ormai positivo che un'alta onorificenza sarà accordata fra poco da Sua Santità al ricchissimo banchiere israelita commendatore Gabrio Moncalvo, presidente della Banca Internazionale, di cui sono noti i rapporti finanziari col Vaticano. Il commendatore Moncalvo è padre dell'attuale principessa Oroboni, convertitasi al cattolicismo in occasione del suo matrimonio. Sappiamo da ottima fonte che anche il commendatore e la moglie di lui entreranno presto in grembo alla Chiesa; anzi, secondo alcuni, la data del battesimo coinciderebbe con quella dell'onorificenza».

Seguivano, in nota, alcuni commenti agrodolci della redazione, la quale ricordava che parecchi anni addietro il commendatore Gabrio Moncalvo aveva posto la sua candidatura in un collegio del Lazio con un programma decisamente anticlericale.

In fondo, la notizia non doveva fare una grande impressione al professore Moncalvo che da un pezzo apprezzava al suo giusto valore la ginnastica politico-religiosa di suo fratello, e dopo la morte della Clara non aveva rimesso il piede in palazzo Gandi. Tuttavia, in quel momento, la lettura della Tribuna accrebbe la sua tristezza. Era un'altra voce che gli ripeteva la verità dolorosa: «Sei solo».

Oh, come si sbandano, come si dissolvono le famiglie! Giacomo Moncalvo rivolò col pensiero all'infanzia lontana, all'umile casa paterna in cui egli e Gabriele avevano mosso i primi passi, non rassomigliandosi punto e pur volendosi bene, riconciliati dopo i brevi dissidii da uno sguardo, da una parola della sorella maggiore. E in quella rievocazione dei tempi andati, ove le immagini dei nonni e dei genitori sfumavano nella nebbia, il professore rivedeva, insieme con la sorella maggiore, le figurine svelte e flessuose di due fanciulle molto più piccole, la Lisa che un giorno doveva diventare sua moglie, la Rachele che doveva diventar moglie di Gabrio.... Ora la Lisa era morta, ed era morta la Clara, già così lieta delle duplici nozze, e Gabrio e la Rachele di nulla si mostravano tanto solleciti come di rinnegare il passato, e i figliuoli nati dai due matrimoni non s'erano incontrati che per farsi del male, e, mentre l'una s'era venduta per un titolo, l'altro, profugo volontario, cercava in rischiose avventure la pace e l'oblio.