— Non voglio pentirmi.

— No, — insistè il professore, — non telegrafare oggi. Son io che te ne prego.... io che pure ti spingo a partire.... Domani....

— Ci tieni.... proprio?

— Sì.

— Sarà dunque per domani.

— Grazie.

Staccandosi dal figliuolo, Giacomo Moncalvo si avvicinò alla finestra da cui si dominava gran parte di Roma. Giorgio lo seguì in silenzio.

— Sei tu? — disse il professore con voce sorda.

— Son io.

Erano appoggiati tutti e due al davanzale, toccandosi coi gomiti, porgendo l'orecchio al respiro della città immensa che pareva dormire nel sole. Dalle facciate delle case, dai tetti, dalla strada venivano ondate di calore e di luce; era nell'aria quella sonnolenza greve che dalle cose trapassa agli nomini, e ammorza le sensazioni e spezza le volontà, e dà all'anima l'impressione di perdersi, di annientarsi nell'infinito, come in un naufragio senza dolori e senza terrori. «Ah se durasse sempre così, se non vi fosse risveglio!» dice fra sè chi cede al fascino strano. «Se non vi fosse risveglio!» pensavano i due ch'erano l'uno accanto all'altro affacciati a quella finestra e che fra poco sarebbero stati divisi da tanto cielo e da tanto mare. «Se non vi fosse risveglio, se l'ora della separazione non dovesse sonar più!» essi pensavano, pur non avendo la forza di ritirare le parole proferite, di revocare le decisioni prese. Sentivano che non c'era rimedio, che bisognava rassegnarsi al destino.