— No, per oggi ti precedo io.... Ho più pratica.
— Buona notte, — soggiunse il professore quando, fatti centocinquanta scalini, furono entrati nell'appartamento.
— La disposizione del nostro quartierino la sai.... La tua camera da letto è lì.... Hai bisogno di nulla?... La nostra donna ha l'abitudine di coricarsi presto.... Io preferisco di non farmi aspettare.... Però, se tu vorrai....
— No, babbo, — rispose Giorgio, ricambiando la buona notte. — Perchè dovrei aver più esigenze di te?
Nella sua camera, davanti alla scrivania, presso a una cassa di libri non ancora interamente vuotata, Giorgio Moncalvo pensò a suo padre con un'ammirazione mista di tenerezza e d'invidia. Era ormai conosciuto, in patria e fuori, come uno de' maggiori matematici italiani, e conservava immutata la semplicità dei gusti e dei modi, e i brevi e fuggevoli contatti col fratello ricchissimo non servivano che a fargli amare di più la vita sobria, le abitudini quasi claustrali, le aule della sua scuola, le pareti silenziose del suo studio. Anch'egli, Giorgio Moncalvo, a Berlino, imponendosi a modello il suo maestro Raucher, per tanti rispetti simile al padre suo, aveva condotto nel presente, aveva sognato per l'avvenire un'esistenza non turbata dalle passioni, non distratta dai piaceri, non avvilita dalla sete dell'oro. Tutt'al più la gentile adorazione di Frida gli molceva l'anima con la soavità di una carezza, temperava con un soffio di poesia le rigide austerità della scienza.
Ma oggi egli non riconosceva se stesso. Gli era bastato veder la Mariannina, sfiorarne il vestito, toccarne la mano, udirne la voce, aspirarne il profumo per sentir un altr'uomo dentro di sè, un uomo simile a quelli ch'egli soleva guardare dall'alto come esseri di una razza inferiore. Provava anch'egli quelle febbri del sangue che gli eran parse fino allora uno stigma di bestialità; anch'egli era distratto nelle sue meditazioni da pensieri profani, da immagini lascive; oppure, in qualche momento, s'abbandonava alla duplice illusione tante volte derisa di giunger più presto alla gloria per mezzo dell'amore e di conquistar l'amore per mezzo della gloria. La Mariannina non aveva ella detto che preferiva Guglielmo Marconi ad Andrea Carnegie?
Senonchè, Giorgio Moncalvo era uno di quei pazzi che conoscono la loro pazzia, e quella notte, curvo dinanzi al manoscritto d'un lavoro scientifico ch'egli aveva cominciato a Berlino in tedesco e che voleva rifar da capo in italiano per presentarlo all'Accademia dei Lincei, fu colto ad un tratto da un riso amaro e spasmodico leggendo questo periodo: «Poco importa che una cellula nasca per scissione, germinazione, endogènesi o gènesi».
— Sono un bell'imbecille! — egli esclamò scattando dalla seggiola e dando sulla tavola un pugno che fece oscillare la fiamma della lampada. — Sono un bell'imbecille! Colmerò l'abisso che mi divide da mia cugina con le mie dissertazioni sulla gènesi e l'endogènesi!
E dopo aver girato alquanto su e giù per la camera, si rimise a sedere con la persuasione di aver, per quella notte almeno, snidato dalla sua mente la Mariannina. E seguitò a scrivere: «In fondo, il contenuto d'un elemento anatomico vivente non differisce in modo essenziale dal blastòma che lo circonda; qua e là vi sono sostanze organizzate, in seno alle quali si effettua l'incessante movimento molecolare».
— Bravo! — sibilò una voce beffarda accanto a Moncalvo.