E l'immagine scacciata della Mariannina tornava, petulante e provocante, a turbarlo, e la voce beffarda ripigliava con freddo cinismo: — Non isperare di liberarti di me.... Quando mi credi morta nella tua memoria, risorgo. Sono un tossico ch'è penetrato nelle tue vene e non ne uscirà che con tutto il tuo sangue.... Sono un'immagine che si è fermata nella tua pupilla e che può impallidire talvolta, scancellarsi mai.... Non sono io, no, la scialba e linfatica Frida Raucher, diafana e bianca come un raggio di luna; le mie labbra bruciano, i miei occhi hanno vampe di sole; sono l'eterno femminino che tu credevi fulminare col tuo disprezzo. Sono l'eterno femminino e mi vendico.... Non sono qui per amarti, ma per tormentarti....

Giorgio Moncalvo si riprovò a scrivere, ma per quella notte non riuscì più a mettere insieme due righe. Allorchè si decise ad andare a letto erano quasi le cinque.

Anche in Palazzo Gandi c'era qualcuno che non dormiva. Era la Mariannina. Ma non la teneva desta il pensiero di Giorgio Moncalvo. Certo ella doveva riconoscere che il giovine scienziato era molto più interessante dei bellimbusti che le facevano la corte; che non c'era, per esempio, paragone possibile fra lui e il deputato della maggioranza e il segretario del Ministero degl'interni che, pur dianzi, l'avevano assediata con le loro galanterie.... Ma se quest'era un'eccellente ragione per desiderare la compagnia del cugino, non era una ragione altrettanto buona per correr dietro alle ombre e ordir la tela di un romanzo da collegiale. La mal celata inquietudine della Mariannina aveva una causa affatto diversa. Bench'ella avesse accolto con simulata freddezza la comunicazione di sua madre circa alla possibilità di visitare il palazzo e il giardino Oroboni, quella notizia l'era giunta singolarmente gradita. Entrare nel geloso recinto le pareva una prima vittoria, preludio forse di vittorie maggiori.

Quante volte, dacch'ell'era a Roma, ell'aveva fissato curiosamente, insistentemente il muro massiccio che sorgeva dirimpetto alla sua abitazione, dall'altra parte della via rumorosa, e continuava ininterrotto lungo due viuzze laterali mal selciate e deserte! Sulla fronte di quel muro, di là dal quale spuntava, ondoleggiando al vento, la cima di qualche pino e di qualche pioppo, non c'erano aperture di sorta; o, a meglio dire, un gran portone preesistente era stato chiuso e sbarrato con solide spranghe di ferro. Solo da una piccola torre, che, a uno degli angoli, di poco superava l'altezza della muraglia, alcune finestrette difese da persiane di legno guardavano sulla strada. Una fortezza o un convento, ecco l'impressione ricevuta da chi costeggiava il recinto inospitale, di cui bisognava cercar l'ingresso in fondo a una delle vie laterali.

Però la Mariannina Moncalvo, da una delle sue camere al secondo piano, era riuscita a penetrare con l'occhio nel misterioso soggiorno. E intanto ell'aveva notato che quello che sembrava un semplice muro era, sul davanti almeno, una terrazza lunga e stretta ov'erano allineati dei vasi di limoni. Certo una scala interna metteva alla terrazza ch'era in comunicazione con la torre. Del giardino sottoposto, naturalmente la Mariannina non vedeva che una parte, abbastanza però da indurne ch'esso doveva esser molto ampio, ricco d'acque, d'ombre e di fiori. Non grande sembrava al paragone la palazzina del Seicento che, alquanto diroccata, lasciava trasparir fra le piante la sua facciata grigia e la sua cornice sporgente.

Della nobilissima e antica famiglia dimorante colà la Mariannina aveva chiesto e avuto notizie prima ancora che le bazzicassero in casa il conte Ugolini Ruschi e monsignore de Luchi, i quali, come ascritti all'aristocrazia nera e legati agli Oroboni dai vincoli di parte, avevano cercato di mettere in miglior luce quei campioni purissimi dell'intransigenza romana. Restavan vere nondimeno, in linea di fatto, le informazioni originarie raccolte dalla Mariannina Moncalvo. La famiglia era ridotta a due sole persone, la principessa Olimpia e il figliuolo di lei, don Cesarino. Il principe Ottavio, rispettivo suocero e nonno, morto nel 1885, dopo il 20 settembre 1870, in segno di protesta contro il nuovo ordine di cose, non era più uscito di casa sua se non in carrozza chiusa per andare al Vaticano, e per isolarsi meglio dal mondo empio e corrotto aveva speso un'infinità di quattrini nella costruzione del muro di cinta. Il figlio e successore principe Gregorio aveva seguito l'esempio del padre, ajutato in ciò da un'artrite che gli rendeva penoso e difficile il muoversi.... tranne che per l'ultimo viaggio da lui intrapreso nel 1890. Don Cesarino, rimasto orfano a quindici anni con un patrimonio dissestato e una salute più dissestata del patrimonio, e con la sola compagnia della madre malaticcia e bigotta, non aveva sentito alcun bisogno di mutar tenore di vita e vegetava, nel suo palazzo e nel suo giardino, trattando pochissima gente, anche della sua parte politica.

La Mariannina lo vedeva girar pei sentieri, perdersi nei viali, chinarsi sull'aiole, or solo, ora a braccio della madre. Una volta ella vide più da vicino tanto lui quanto la principessa Olimpia, sulla terrazza insieme con un prete, quel monsignore de Luchi ch'ella doveva conoscere di lì a poco. E si rammentava che il prete pareva più giovine, oltre che della principessa, di don Cesarino. I due procedevano lenti e silenziosi con l'aria di persone che si fossero stancate a salir sino lassù e alle quali dessero noia i rumori esterni. Il sacerdote, che li precedeva di qualche passo, si voltava ogni momento, parlava, gestiva come incitandoli a fare uno sforzo e a vincere la loro ritrosia. Ed egli compì il miracolo d'indurli a entrar nella torre, ad affacciarsi a uno dei finestrini di cui egli si era affrettato ad alzar le persiane. Là Mariannina ebbe l'impressione di aver dinanzi a sè due vecchi ritratti: la principessa magra, cerea, con gli occhi grigi ed immobili, coi capelli brizzolati aderenti alle tempie, con una baverina bianca insaldata che ricascava sulle spalle e acquistava maggior risalto dal vestito di seta nera; don Cesarino alto, esile, pallido, senza un pelo di barba, lo sguardo incerto, le labbra esangui, la testa piegata un po' sulle spalle, e pure con una certa innata distinzione nell'aspetto, con quell'impronta di razza che in certe famiglie si conserva fino nell'estrema degenerazione. Ora dietro la principessa, ora dietro il figliuolo faceva capolino la fisonomia gioviale di monsignor de Luchi, bianco, roseo, paffutello, con la guardatura maliziosa di chi la sa lunga, oltre che per merito del proprio ministero, anche per diretta esperienza. E la Mariannina rammentava benissimo che quel giorno monsignore aveva richiamato sopra di lei l'attenzione di don Cesarino. In fatti, dopo due paroline susurrategli nell'orecchio dal prete, il giovine aveva rivolto gli occhi verso la finestra al cui davanzale ell'era appoggiata e s'era messo a fissarla ostinatamente, mentre un lieve incarnato gli si diffondeva sulle guance smorte. Ella pure aveva arrossito, combattuta fra il desiderio di sottrarsi a una curiosità indiscreta e la compiacenza di non passare inosservata ad un principe romano. Proprio in quel punto, la Mariannina ne aveva fresca la memoria come di ieri, passò per la strada, in un'elegante vittoria diretta al Quirinale, la regina Elena insieme con la bella principessa Jolanda. La gente si scopriva in atto rispettoso; la Sovrana chinava il capo con un sorriso benevolo. Ma la principessa Oroboni si tirò indietro con un moto brusco, e lo stesso fecero, benchè con minore prontezza, don Cesarino e monsignor de Luchi. Quest'ultimo s'indugiò un minuto di più per richiuder le imposte. Indi tutti e tre riapparvero sulla terrazza; la principessa camminava con passo più spedito a braccio del figlio; monsignore parlava e gestiva come prima.

Dopo d'allora la Mariannina non aveva rivisto il giovane principe e la madre di lui se non di lontano, tra l'aiole e i viali del giardino. Invece aveva conosciuto monsignor de Luchi, portato in casa del conte Ugolini Ruschi. E monsignore, amabile, disinvolto, s'era subito accattivato le grazie della famiglia: aveva accettato un paio d'inviti a colazione ed a pranzo, aveva spillato varie centinaia di lire alle donne per un Ospedale di bambini, per un Asilo notturno, per un Ricovero di fanciulle pericolanti, compensandole con l'invio di biglietti per le funzioni di San Pietro e con la promessa di farle entrare fra le patronesse di qualche opera pia aristocratica.

— Che leggerezza è la nostra! — diceva la signora Rachele. — A dar retta a mio cognato Giacomo, i preti cattolici sarebbero intolleranti, fanatici, imbevuti di pregiudizi.... Invece, sfido a trovare una persona di umore più conciliativo di monsignor de Luchi.... Mai una allusione sconveniente, mai una parola ironica....

E la Mariannina ripeteva spesso tra lo scherzoso ed il serio: