— Quel pretino è la mia passione.

Adesso, per mezzo del pretino, ella stava per varcare la soglia vietata di casa Oroboni, e un giorno, chi sa, lo stesso monsignore l'avrebbe forse presentata a donna Olimpia e a don Cesarino.

Faceva caldo e la Mariannina, che aveva già principiato a svestirsi, aprì la finestra. Eran cessate le corse dei tram, i negozi eran chiusi, metà delle lampade elettriche erano spente, per la strada non passava che qualche omnibus d'albergo e qualche fiacre; una donna seduta alla cantonata offriva con voce monotona ai pochi pedoni la Tribuna e il Giornale d'Italia. Di fronte, il muro degli Oroboni pareva più bruno, più alto, più inospitale che mai; di là dal muro, il giardino si stendeva simile a un mare tenebroso. Qualche soffio d'aria agitava le masse delle piante e ne strappava gemiti e fragranze. A un tratto l'occhio della Mariannina si fermò sopra un punto luminoso che brillava dietro le persiane d'una delle finestre della torre. Possibile che ci fosse qualcuno? La ragazza pensò che quella finestra era circa all'altezza della sua, e che com'ella, se le persiane non fossero state abbassate, avrebbe potuto benissimo veder chi fosse lì dentro, così di là si poteva veder lei, e un subito pudore la colse, una subita vergogna d'esser sorpresa da uno sguardo indiscreto, mezza discinta, coi capelli giù per le spalle. Chiuse in fretta i vetri, tirò le tende, finì di spogliarsi e si cacciò sotto le coperte. Ma non riusciva a dormire, e scese due volte dal letto, e senz'accendere il lume si accostò alla finestra, sollevò un lembo della cortina, aguzzò l'occhio verso la torre, verso il punto che prima era illuminato. Tutto era buio; certo nella torre non v'era più anima viva. Ma chi poteva esservi prima? Un domestico venuto a prender qualche oggetto dimenticato? O la principessa, o don Cesarino? Strano in verità ch'essi venissero nella notte in quel luogo ove di giorno non venivano mai. Ma tutto era strano negli Oroboni, ed era appunto questa stranezza ch'esercitava una speciale attrattiva sulla Mariannina Moncalvo. Le pareva che dovess'esservi una soddisfazione straordinaria a essere ammessi in quel sancta sanctorum, ad appartenere a quel cenacolo di eletti.... Al Quirinale ci andavano tutti; anch'ella era stata presentata alla Regina, era stata invitata ai balli di Corte: e vi si era trovata con persone della piccola borghesia, con mogli e figliuoli dì avvocati, di medici.... Al Vaticano era su per giù la medesima cosa, e il Papa riceveva migliaia e migliaia di persone d'ogni razza, d'ogni ordine sociale, benedicendo a destra e a sinistra il gregge umano che gli si prosternava ai piedi.... Invece le case come quella degli Oroboni erano chiuse a due catenacci, e proprio per questo sarebbe stato un gran trionfo il penetrarvi....

Nella notte insonne, la Mariannina, stesa sul letto, con le mani intrecciate dietro la nuca, seguitava a fantasticare. Le tornavano alla mente certe proposte di matrimonio ch'ella, d'accordo coi suoi, aveva respinte. In Cairo, fin da un paio di anni addietro, due baroni della finanza, d'origine semitica; a Roma, appena giunta, un tenente di vascello e un ufficiale di cavalleria, tutti e due con la loro brava corona di conte, ma con pochi quattrini.

— Per i quattrini meno male, — aveva detto la signora Rachele. — Ma se si deve rinunciarvi, ci vuole un principe.

Un pensiero bizzarro fece sorridere la Mariannina.

— Eccolo il principe!... don Cesarino!

E per un istante ella si vide a fianco di quel giovine che non aveva mai conosciuto la giovinezza, si vide nuora di quella donna che passava la sua giornata a biascicare orazioni e a protestare contro la breccia di Porta Pia.

Bisogna convenire che sarebbe stato uno degli spettacoli più singolari di questi tempi così ricchi di sorprese.

— Bah! — concluse la Mariannina. — Ho almeno un milione di dote; sono figlia unica e avrò più tardi un patrimonio immenso.... Il principe non mi può mancare.... Se non sarà lui, sarà un altro.