E si voltò sul fianco per cercare d'addormentarsi. Era l'alba.

IV. Una mattina bene occupata.

Il commendatore Gabrio Moncalvo aveva l'abitudine di alzarsi per tempo, ma quella mattina (era una grigia mattina di novembre) egli si alzò assai più presto del solito, e per la scaletta interna scese nel suo studio ch'era composto di un'anticamera e di tre stanze modestamente arredate. Nell'anticamera soleva esserci un fattorino, pronto ad ogni chiamata; la prima delle tre stanze, un po' buia, e spesso illuminata a luce elettrica anche di pieno giorno, era occupata dal segretario Fanoli; nella seconda, più allegra e spaziosa e che guardava nell'ampio cortile, stava ordinariamente il commendatore; l'ultima, un salottino piccolo e austero, si apriva soltanto per accogliere i visitatori di maggior riguardo o quelli che avevano qualche cosa di molto importante o di molto delicato da dire.

Il segretario Fanoli non veniva che verso le nove; quando il commendatore entrò nello studio non c'era che il fattorino, intento a spolverare i mobili.

— Il portone sarà ancora chiuso, — disse Moncalvo. — Va in portineria e fa aprire. Aspetto qualcheduno.

Sedette alla sua scrivania ch'era collocata presso una finestra e si accinse a correggere le bozze d'un articolo che doveva uscire nel prossimo numero d'una rivista finanziaria. La luce era scarsa, ma per fortuna gli occhi gli servivano bene ed egli non ebbe bisogno di accender la lampada.

Di lì a poco il fattorino introdusse la persona aspettata, che s'inchinò profondamente.

Il commendatore s'alzò in piedi e fece un cenno di saluto.

— Ah, lei.... Passiamo di là, se non le spiace.

Nel salottino riservato Moncalvo si sdraiò sopra una poltrona e additò una sedia al suo visitatore.