— Ebbene, ha la lettera? — gli chiese.
Quegli al quale era rivolta questa domanda (un omino di mezza età, dal vestito dimesso, dalla biancheria poco pulita) si affrettò a rispondere:
— Naturalmente.
E tirò fuori di tasca un portafogli unto e frusto, da cui estrasse una lettera ingiallita.
— Dia qui.
L'omino esitava, non vedendo comparire ancora le cinquecento lire promesse.
— Non si fida? — ripigliò in tuono sarcastico Gabrio Moncalvo. — E allora se ne vada.... se ne vada pure col suo prezioso documento.... Se crede ch'io ci tenga tanto ad averlo!...
— Oh, signor commendatore, — protestò l'altro facendosi piccino piccino, — come può immaginarsi una cosa simile?
Moncalvo prese con circospezione fra le due dita la lettera che il losco personaggio gli offriva e si accostò alla finestra per esaminarla.
Era proprio quella, era una lettera scritta sett'anni addietro ad un giornalista amico di Zanardelli per ottener l'appoggio del Governo nella lotta elettorale. Oltre a professarsi di sentimenti liberalissimi, Moncalvo s'impegnava solennemente a votar la legge sul divorzio, che, in quel tempo, il Ministero pareva deciso a far trionfare a ogni costo.