— Io?... Io le voglio un bene dell'anima.... Me la son vista crescere sotto gli occhi, sento che la casa mi parrà deserta quand'ella ne sarà uscita.... Ma la conosco con le sue qualità e coi suoi difetti.... Farà molto, molto soffrire.... E non è responsabile.... Sa di trionfare con la sua bellezza, con la sua grazia, con le stesse bizzarrie del suo carattere; sa che gli uomini vanno in estasi per un suo sguardo, per un suo sorriso, e dispensa sguardi e sorrisi credendo di far dei felici.... Che colpa ne ha lei se la felicità d'oggi diventa sventura domani?.... Che colpa ha la fiamma se brucia?... Fuggila, fuggila.

— Non dovrei dunque venir mai, mai più da te, dallo zio?... Ci vengo così poco....

— Se non puoi armarti d'indifferenza, non ci venire.... Ma bada.... La guida ci fa un segno.

Per un lieve declivio giunsero allo spazio dove sorgeva, cinta da una cancellata di ferro, l'ara ai morti di Mentana. Vi si leggeva scolpita la bella epigrafe del Guerrazzi: «La bocca di questo sepolcro manda ai viventi una voce che dice: deh! siate men vili, e fate, deh fate che per la patria e la libertà non siamo morti invano».

La custode arrivò con le chiavi, aperse la cancellata, aperse una porticina che metteva nell'interno del monumento, accese una candela sopra una mensola. Nel centro di quella cella quadrata, dalle pareti scure e massiccie, un sarcofago di marmo conteneva, visibili attraverso il coperchio di cristallo, ossa e teschi dei caduti nella giornata del 3 novembre. Sulla mensola, vicino al lume, era una coppa piena di carte da visita. Silenziosamente Giorgio vi depose la sua.

— Poveri giovani! — sospirò la signora Clara.

— No, zia, non li compiangere, — protestò Giorgio. — Sono morti per una grande causa.

— Ci può esser in ogni tempo qualche grande causa per cui combattere, e, se occorre, morire.

La custode credette doveroso di mettere una parola.

— Io c'ero.