Ma non eran queste le sole lacrime ch'ella spargesse. Ella piangeva altresì sul proprio destino, e, pur risoluta a morire, piangeva la sua vita infranta, piangeva tutte le cose buone e belle che doveva abbandonare, e il suo concetto della giustizia era offeso dall'idea d'un'espiazione tanto maggior della colpa. Non tentennava però; più che mai convinta che la morte fosse il suo unico scampo.
Per solito verso le undici si decideva a coricarsi… sebbene fosse certa di non chiuder quasi occhio in tutta la notte. Sul comodino presso il letto l'attendeva la boccettina del cloralio che l'avrebbe fatta dormire, ma ogni sera ella ne versava il contenuto in una bottiglia che l'era rimasta in seguito ad una cura. E ogni sera, dopo aver visto il livello del liquido alzarsi, ella riponeva la bottiglia in un piccolo armadio a muro che si trovava nel suo spogliatoio, e di cui custodiva gelosamente la chiave… Quando la bottiglia fosse piena, ella sapeva quel che le restasse da fare.
A letto si sforzava di leggere. Aveva due o tre volumi, mandati dai librai per esame durante la sua assenza, aveva alcuni numeri di Riviste, e sfogliava questi e quelli senza poter fermar la mente sulle cose lette. Solo seguiva con qualche attenzione un romanzo della Revue des deux mondes ch'era giunto alla seconda parte e che aveva un punto d'analogia con la sua storia. Si trattava anche lì di una donna matura che s'era data in braccio a un uomo assai più giovine di lei. Ma l'analogia non andava più oltre; i caratteri, gl'incidenti del racconto erano affatto diversi. Nondimeno il romanzo l'interessava e si doleva di non poter conoscerne la fine. Prima che arrivasse il prossimo fascicolo della Revue ella non sarebbe più a questo mondo… E allora perchè leggeva?… In verità, non questo solo, ma ogni suo atto era vano. Tutto è vano per chi sa che deve morire a una scadenza fissa, vicina… E pur la vita va innanzi, meccanicamente, come un orologio fin che la molla sia esausta. La vita va e si continua a parlar del domani, e a iniziare cose che non si compiranno e a dar ordini che non si vedranno eseguiti.
Appena verso la mattina la Teresa trovava un'ora di riposo. Si svegliava poi in sussulto, con un'inquietudine, con un'ambascia, con un malessere indescrivibile. Pareva che si accumulassero tutti in quell'ora i sintomi del suo stato anormale, che la calma relativa della giornata avrebbe potuto farle dimenticare. Talvolta, nella sua agitazione, nel terrore che il suo segreto venisse scoperto, ella pensava se non fosse meglio per lei di affrettar la catastrofe. Ma in qual modo? Armi non ne possedeva, e pur possedendone, non sarebbe stata capace d'usarne; l'asfissia col carbone esige preparativi che non sarebbero rimasti celati: una cosa forse non le sarebbe stata difficile: uscire inosservata nel cuor della notte e gettarsi nella laguna ch'era a due passi dalla sua porta di casa; ma poichè era buona nuotatrice non era ben sicura che nel momento supremo il naturale istinto della vita non prendesse in lei il disopra condannandola al ridicolo onde son coperti i suicidi che non voglion morire. Cosicchè ella, di necessità, si raffermava nel suo primo proposito; chieder la morte al farmaco che in piccola dose le avrebbe dato il sonno, e chiederla soltanto quando di quel farmaco avesse raccolto una quantità sufficiente da non fallire allo scopo.
Comunque sia, dopo le undici, ricomposta alquanto, ell'era nel suo salottino ad aspettarvi Mario Vergalli che veniva appunto sul mezzogiorno. Lo aspettava con un misto d'impazienza e di paurosa inquietudine. Temeva le sue domande, le sue offerte, i suoi scatti; temeva il suo sguardo acuto, penetrante, ove di tratto in tratto passava l'ombra di un dubbio, il lampo di un desiderio.
Com'era mutato anche lui! Com'era piena di tempeste quella fisonomia un tempo così nobilmente calma e serena! Si vedeva ch'egli era in lotta con sè medesimo; ora soffocando qualche basso impulso, ora frenando qualche slancio donchisciottesco.
—Io lo abbomino il mio viaggio—egli aveva detto un giorno alla Teresa che lo pregava di parlargliene. Tuttavia il giorno appresso la compiacque e gliene parlò. Le descrisse una rappresentazione del Parsifal di Wagner al teatro di Beyreuth; le descrisse alcuni capolavori della galleria di Dresda… Aveva percorso altri paesi, visitato altre città, ma non gli restava che una gran confusione in capo; a Dresda appunto, all'ufficio postale, leggendo una lettera della Teresa, era stato assalito da un triste presentimento che non aveva potuto cacciar da sè. Una voce gli diceva:—Torna a Venezia.—E una voce più forte copriva la prima.—È troppo tardi.—E le due voci l'avevano seguito sempre, da per tutto, in Olanda, in Belgio, davanti alle tele di Rubens e di Rembrandt, nella quiete raccolta della campagna fiamminga, nel moto vorticoso degli opifici ov'è più frequente e febbrile il palpito della vita moderna, sugli epici campi di Waterloo; da per tutto egli aveva portato quella punta confitta in cuore. E non si ricordava di nulla, tranne che di lunghe corse in ferrovia, di polizze d'albergo pagate, di tavole rotonde intorno a cui sedeva una folla indifferente ed ignota…
—E mi dicevate che qualcheduno alimentò i vostri sospetti?—ella balbettò, mossa da una istintiva curiosità femminile.—Chi? Chi?… Una donna?…
Vergalli si schermì dal rispondere.
—Che importa ormai?