«Al mio fedele e impareggiabile amico conte Mario Vergalli—ell'aveva scritto—lascio tutti i miei libri, tanta parte dei quali mi fu regalata da lui; lascio il mio album d'autografi, il piccolo quadro con la Vergine e il putto ch'è appeso sul mio letto e che i pittori Angelo Alessandri e Marius de Maria giudicarono della scuola di Giambellino, le due incisioni di Calamatta, lo schizzo di Giacomo Favretto e il bronzo di Francesco Jerace che si trovano nel mio salotto.
«Gli lascio poi una volta tanto ventimila lire italiane perchè egli voglia continuar quell'opere buone a cui egli mi aveva associata e che non devono patire per la mia morte nè imporre a lui un maggior sacrifizio. Che se la somma fosse esuberante non dubito che egli saprà, con quello che avanza, venir in soccorso ad altre miserie. Ce ne son tante nel mondo!
«In fine nomino lui, conte Mario Vergalli, mio esecutore testamentario. Confido ch'egli non rifiuterà l'ufficio, che vorrà dar quest'ultima prova di devozione a una donna che porta nella tomba il ricordo del suo affetto alto, nobile, disinteressato, e gli chiede perdono d'averlo fatto soffrire».
E ora, se veramente ella non voleva veder l'alba novella, ora le conveniva scrivere al Vergalli la lettera a cui il suo testamento accennava. Triste lettera che avrebbe rivelato a lui solo la causa della sua risoluzione disperata!
Ma dopo aver tracciata l'intestazione con pugno malfermo, la Teresa non riusciva a mettere insieme una riga. La penna le restava sospesa fra le dita paralizzate, una nebbia offuscava le sue pupille; di tratto in tratto un sudor freddo le gocciolava giù dalla fronte…. Avrebb'ella presunto troppo delle sue forze? Avrebbe avuto paura?
No, non era, non doveva essere questo; nondimeno sul punto di dir per sempre addio ad ogni cosa, la Teresa sentiva una ribellione di tutte le sue intime fibre, e suo malgrado era tratta a ripiegarsi su sè medesima, a considerare se non vi fosse altra uscita da quella in fuori ch'ell'aveva scelta. E pensava alle donne che s'eran trovate nel caso suo; alle fanciulle divenute madri senza esser mogli e abbandonate dagli amanti nella miseria e nel disonore. Alcune, sì, avevano creduto sfuggire all'infamia col suicidio o col delitto: ma quante più, eroine oscure e modeste, avevano portato mansuetamente la loro croce, affinandosi nella lotta quotidiana, riabilitandosi con l'abnegazione e col sacrifizio! Perchè non s'inspirerebbe all'esempio di queste, ella a cui gli agi della vita rendevano pur tanto meno difficile il combattere e il vincere?
E come nel bagliore improvviso d'un lampo la Teresa vide aprirsi dinanzi a sè una via lunga, irta di triboli, ma illuminata dal sole, ma conducente a una meta eccelsa. Non a Mario Vergalli; a Guido di Reana, al complice del suo dolce peccato, avrebb'ella scritto per comunicargli ciò ch'egli aveva l'obbligo e il diritto di sapere; nulla implorando, nulla chiedendo da lui, ma deliberata a nulla rispingere avventatamente di ciò ch'egli fosse per offrirle, a non inspirarsi nelle proprie risoluzioni che al sentimento del dovere e al desiderio del bene. Che se il dovere ella rimaneva sola a compierlo, e sola lo avrebbe compiuto…. Un giorno forse, chi sa, presso al termine della via faticosa, un braccio amorevole l'avrebbe sorretta, una voce soave le avrebbe susurrato:—Alza la fronte, mamma!
Ahimè, per adottar questo partito era necessaria una dose di energia che la Teresa Valdengo, esausta dall'emozioni e dalle sofferenze degli ultimi giorni, non possedeva. Le restava appena coraggio bastante per morire, non gliene restava per vivere.
E quando la visione si fu dileguata e gli occhi di lei caddero di nuovo sul foglio bianco, ove non si leggevano che due parole, Amico mio, ella abbandonò il capo sul tavolino e sentì che mai, mai avrebbe spezzato il cerchio di ferro che la stringeva.
Ma la notte era già molto inoltrata, la candela era quasi interamente consunta; non c'era tempo di finir la lettera prima che sorgesse il mattino. Pazienza! La Teresa sarebbe vissuta un giorno di più.