—Significa che fra me e di Reana è finito tutto… M'avete pur creduta quando vi confessai il mio fallo; credetemi anche adesso… Coraggio, prendete questa lettera e bruciatela.
Vergalli si decise finalmente a ubbidire. Strinse fra le dita tremanti la busta lucida, profumata, e dopo aver consultato ancora una volta con lo sguardo la Teresa, la gettò nella stufa. La carta s'arricciò, si contorse, s'ingiallì, si carbonizzò a poco a poco senza dar fiamma.
—Oh—disse la Teresa—non è già ch'io presuma distruggere il passato.
Le lettere si possono distruggere, non i fatti.
Il conte Mario, che s'era rimesso a sedere, con gli occhi ostinatamente fissi al suolo, alzò il viso trasfigurato. Aveva l'aspetto dell'uomo che ha fermato la mente in un'eroica risoluzione.
—È vero, Teresa, i fatti non si distruggono. Ma a quelli che ci addolorano e ci avviliscono altri se ne possono sovrapporre che scancellino le impressioni dei primi.
Ella accennava di no col capo.
—Sì, amica mia, da noi dipende… Pur di non irrigidirci nel nostro orgoglio, pur di non respinger sdegnosamente l'aiuto che ci si offre… L'orgoglio, ecco l'avversario implacabile… Anch'io ho lottato con esso, ma ora, grazie al cielo, ho vinto.
La Teresa sentì gelarsi il sangue. Che voleva egli dire con queste parole?
—Nella vostra vita bella, nobile, pura—egli proseguì—vi fu un giorno di debolezza e d'oblio… Può quel giorno annullar tutto il resto? Può rendervi men degna dell'affetto, della stima dei buoni, della stima di voi stessa?… Vile chi l'ha pensato!… E se l'ho pensato io, mille volte più vile degli altri!… Ma io non l'ho pensato, io ho ceduto ad un impeto di gelosia, perchè vi amavo, perchè vi amo.
—Per carità!—interruppe la Teresa.—Non parlate d'amore.