Il salotto della Teresa Valdengo era debolmente rischiarato da un lume à carcel posato sopra una mensola, e di cui un cappello di cartoncino verde moderava e raccoglieva la luce. In fondo, nell'ombra, con la testa curva sul petto, coi pugni chiusi sotto il mento, sedeva il conte Mario Vergalli, esprimendo nella fisonomia scomposta un dolore che non spera e non vuole conforti. Di tratto in tratto, se un romore veniva dalla camera a sinistra, egli girava il capo lento lento da quella parte, e ne' suoi occhi appariva un'angoscia ancora più intensa, e le sue labbra lasciavano sfuggire un gemito sordo.

Un uscio, non quello della camera a sinistra, si aperse, ed entrò un signore elegante, maturo, in cappello a tuba e soprabito.

—Sempre qui?—egli disse.

L'altro non rispose.

—E contate di restar tutta la notte?

L'interrogato si decise a rompere il silenzio.

—Non lo permettete?

—Io?… Io non ho nulla in contrario…. Passo anch'io la notte in questa casa…. per forza…. E io mi son fatto preparar da dormire…. Ma voi dove dormirete?… Non so proprio se ci sia un letto…. perchè una stanza è occupata dal mio domestico….

—Non ci pensate…. Non dormirò…. Tutt'al più sonnecchierò su una di queste poltrone….

—Son gusti…. Se poteste risuscitarla, capirei…. E, scusate, non avete mangiato oggi?