—Bambino!—ella disse.—Mi stimi così poco da presumere ch'io ti consiglierei una viltà, che t'incatenerei alla mia esistenza, che rovinerei la tua carriera?

—Dover lasciarti per tre anni!—ripetè di Reana seguendo il corso dei suoi pensieri—Essere in capo al mondo, e saperti qui circondata da gente che non risparmierà nessun mezzo per strapparti dal mio cuore!

Mentr'egli si sfogava in vane querele, un'infinita tristezza si dipingeva sul volto della Teresa. Ella avrebbe voluto dirgli:—O fanciullo, tu parli della nostra relazione come di cosa che possa sopravvivere a un distacco di tre anni, e un'ora forse dopo che il Colombo sarà uscito dal porto ti ricorderai appena di me, e forse tra pochi mesi, se t'accadrà di dover discorrere di quest'avventura, te ne scuserai con gli amici… Una condiscepola, quasi una coetanea di tua madre!… E intanto, disgraziato, ti crucci all'idea che alcuno prenda il tuo posto e temperi l'acerbità del mio cordoglio… S'io morissi dopo il tuo ultimo bacio, allora sì saresti contento.

Eppure, di mano in mano ch'ella faceva queste riflessioni acerbe, la Teresa sentiva rammollirsi il suo cuore; provava una pietà dolorosa, quasi materna, pel giovinetto che adesso certo l'amava con un trasporto sincero, che pendeva dalle sue labbra, ch'era a vicenda beato e infelice per cagion sua. Nè gli rinfacciava il suo egoismo; non era lui l'egoista; il grande egoista era l'amore. Anch'ella se ne accorgeva talvolta; anch'ella, dopo la sua caduta, era assalita di tratto in tratto dalla febbre dell'annichilimento, della distruzione. V'erano momenti in cui ella capiva le regine, le imperatrici che avevano ucciso i loro amanti, perchè le labbra che le avevano baciate non si posassero su altre labbra, perchè i cuori ch'esse avevano sentito battere sul loro petto non si posassero sopra altri cuori.

Lento lento egli le si avvicinò per di dietro, e chinandosi sopra di lei le sfiorò i capelli.

Con un fremito ella arrovesciò la testa: negli occhi dolci e bellissimi egli lesse il perdono e si chinò ancora di più… Le loro labbra si unirono.

IV.

La Teresa Valdengo non vedeva, si può dire, quasi nessuno; un po' perchè la sua intimità con di Reana contribuiva a isolarla, un po' perchè in quella stagione i suoi conoscenti, maschi e femmine, erano per la maggior parte fuori di città. Invece non passava giorno che la posta non le recasse tre o quattro lettere. Già la sua corrispondenza era stata sempre attiva. Si manteneva in rapporti epistolari con antiche compagne d'infanzia, maritate qua e là, con una vecchia zia che abitava a Torino, con una signora inglese che veniva di quando in quando a Venezia e che aveva preso a volerle bene; in fine, con vari amici che un tempo frequentavano la sua casa e che le circostanze avevano sbalestrati pel mondo.

Quell'autunno poi pareva che gli assenti si fossero messi d'accordo per iscriverle più del solito.

Intanto la Maria di Reana, la quale non usava dar segni di vita che a intervalli lunghissimi, spesso la tempestava delle sue epistole. Ai primi ringraziamenti per aver cortesemente accolto il figliuolo erano successe effusioni maggiori. Non sapeva più in qual modo esprimerle la sua gratitudine dell'aver preso così a cuore le sue raccomandazioni; dell'aver sacrificato una parte della sua villeggiatura per occuparsi di quel bambinone di Guido; dell'esser riuscita così bene a distrarlo e a confortarlo. Se avesse visto ciò che Guido scriveva di lei; come ne esaltava la bontà, lo spirito, l'ingegno! Ella lo aveva proprio affascinato, incantatrice!