La Teresa chinò la fronte vergognosa. Ella sentiva che Guido aveva ragione, ch'era ingenuo il sopporre che la servitù non avesse scoperto i loro amori, non avesse origliato agli usci, commentato con plebea volgarità la frequenza e la lunghezza dei loro ritrovi; e cionullostante provava una ripugnanza invincibile a compiacere di Reana che avrebbe voluto farle accettare gli appuntamenti nel suo quartierino ammobigliato o in altro luogo fissato da lui… Fin che restava nella propria casa le pareva che la caduta fosse meno profonda ed ignobile… Pure, con un grande sforzo, da Guido era stata una volta e s'era lasciata strappar quella promessa di ritornarvi da cui ora tentava invano di esimersi.

—No—insisteva il sottotenente—non devi per un puntiglio guastar tutto il bene che m'hai fatto… Non devi costringermi a dubitare del tuo grande amore.

—Ma, Guido… t'ho negato nulla?—ella disse.—Ti nego nulla?

—Avrò torto, ma ne dubiterei—egli riprese.—Sono tanto triste all'idea di abbandonarti che non riesco ad intendere come tu voglia amareggiarmi di più.—E proseguì carezzevole, insinuante:—Vedi, Teresa, ho preparato tutto… Alle undici tu fai colazione con me… servita da me… giudicherai tu stessa se so servir bene, se so apparecchiar bene la tavola… Fammi quest'ultima grazia… Non aver paura, Teresa… te lo giuro che saremo soli in tutto l'appartamento… I padroni stanno di sopra… il capitano del genio che aveva una camera vicina alla mia è in licenza… Vieni, vieni.

Sebbene commossa, ella non aveva ancora risposto di sì quando suonò il campanello di strada.

Erano così avvezzi a non esser disturbati la sera che balzarono tutti e due in piedi esprimendo in forma quasi identica lo stesso pensiero.

—Chi sarà?—egli disse.—Non ricevere.

Ed ella:

—Chi può essere?… Già non ricevo.—E uscì per dar gli ordini alla cameriera.

Ma questa che aveva guardato dalla finestra le riferì ch'era suo zio il console…