—Non sono degno, questo è vero, non sono degno ch'ella mi ami—replicava l'ufficialetto con esaltazione crescente—ma ella non può impedirmi di amarla, non ha il diritto di mettere in dubbio il mio amore… Non so infingermi, glielo giuro… Domandi a tutti quelli che mi conoscono, domandi a mia madre.

Questo suggerimento di rivolgersi per informazioni alla mamma in un'occasione simile parve così grottesco alla Teresa che l'ombra d'un sorriso le passò sulle labbra. Egli se ne accorse.—Vedo bene che mi perdona—soggiunse, riafferrandole le mani.—Angelo, angelo, angelo!

—Basta, basta—ella riprese tentando di svincolarsi.—Si levi in piedi… E se vuole che le perdoni, vada via… e non torni più.

—Ah no… non m'infligga questa condanna—gridò il sottotenente rimanendo in ginocchio.—Qualunque altra più grave, non questa…

—Insomma, che cosa pretende?—replicò la Teresa che, suo malgrado, si sentiva sempre più debole, sempre più disposta all'indulgenza.

—Qualunque altra—ripetè di Reana senza rispondere alla interrogazione.—M'imponga di andare a casa e di tirarmi un colpo di revolver…

—Zitto! È pazzo?—interruppe spaventata la povera donna.

—Oh… lo farò… anche s'ella non me l'ordina…

—Di Reana! Che spropositi dice?

—Lo farò s'ella mi chiude la porta in faccia… s'ella non mi lascia il tempo di riabilitarmi ai suoi occhi… In fine, dopo aver toccato l'apice della felicità, che cosa ci può esser di meglio che morire?… Ma pensi, ma giudichi lei… Potrei vivere con l'idea ch'ella mi ha messo alla porta come un brutale che ha sorpreso la sua buona fede e che non aveva nemmeno la scusa di amarla?