—Via, di Reana… Gliel'ho detto che le perdono… Crederò ch'ella mi ami… È assurdo, ma lo crederò…

Deve crederlo—insistè l'ufficiale.—Amare è poco… l'adoro… Oh non tiri in ballo la sua età… La sua fede di nascita dev'essere sbagliata… Per me ella non ha neanche trent'anni… Si guardi nello specchio.

Con uno sforzo supremo la Teresa si alzò dal divano respingendo senz'asprezza il sottotenente che si decise ad alzarsi egli pure.—Non voglio sentir più queste bestialità—ella disse.—Vada!…

—Per prepararmi a tornare, o per tirarmi un colpo di revolver?

—Ma zitto, disgraziato!—intimò la Valdengo dando col piede un piccolo colpo sul pavimento.—Non pensa alla sua mamma?

Indi con un'intonazione mesta e grave ella soggiunse:—Torni pure domani… La persuaderò che ha torto ad amarmi.

La fisionomia di Guido di Reana s'illuminò come per un'irradiazione interiore.—Angelo! Angelo!… Sarò io invece che persuaderò lei.

Ella portò il dito alle labbra nell'atto di chi invoca silenzio, e avvicinatasi alla parete premè il bottone del campanello elettrico.

Il sottotenente s'inchinò ed uscì.

La Teresa Valdengo stette un momento immobile in mezzo al salotto domandando a sè stessa se aveva sognato. Macchinalmente ella s'affacciò allo specchio, e stentò a riconoscere la donna di cui ella vedeva l'immagine dinanzi a sè. Era pallida, scomposta; mostrava, checchè sostenesse Guido di Reana, i suoi trentott'anni. Come mai egli, che ne aveva ventidue, come mai aveva potuto innamorarsi di lei?