—Ventidue.
—E ti manca molto a finire?
—Prenderò la laurea nell'autunno prossimo.
—Vedi che non hai rimorsi… E poi concorrerai a una cattedra…
—Il meglio sarebbe avere un posto d'assistente all'Università… Riesce allora più facile di entrar nell'insegnamento superiore… Ma… bisognerà invece contentarsi d'insegnare in un ginnasio o in una scuola tecnica… chi sa dove… Se fosse in una grande città, pazienza; lì ci sono i mezzi da studiare…
Discorrendo di studi, Massimo Scilla si riscaldava, diventava eloquente…
—Ha ventidue anni—pensava la Teresa—l'età di Guido di Reana. E sembra quasi un fanciullo, e lo tratto come un fanciullo, e gli do del tu, ed egli mi parla come parlerebbe a sua madre, e non gli vien neanche l'idea di poter parlarmi altrimenti… Che sorriso beffardo avrebbe Guido sul labbro se fosse qui adesso, se vedesse Scilla seduto al posto ch'egli occupava iersera; con che aria di superiorità guarderebbe lo studentino povero, brutto, inelegante, condannato a lottare per vivere; egli per cui la vita è una festa, egli bello, e nobile, e ricco! Eppure, chi dei due vale di più? Chi ha maggior probabilità che il suo nome sia rammentato un giorno con riverenza e con simpatia?
Massimo Scilla si alzò per accommiatarsi. Ma prima chiese alla Teresa l'indirizzo del conte Mario.
—Per una settimana all'Aia, ferma in posta—ella rispose.—Vuoi spedirgli la tua memoria?
—Appunto.