—Quello è un vecchio, e con un vecchio c'è poco gusto.
—Per me—disse il giardiniere che aveva una morale di manica larga—se fossi stato nei panni della signora, intanto sposavo il vecchio che ha un bel nome, ch'è ricco, ch'è innamorato cotto, e poi, se mi saltava l'estro, mi divertivo coi giovani.
Gli altri si misero a ridere.
La Teresa aveva percorso il viale dei tigli ove le foglie secche scricchiolavano sotto i suoi piedi, e prendendo un sentiero coperto di ghiaia minuta s'era spinta fino al piccolo lago ingrossato dalla pioggia recente. Voltò a destra, salì una viottola serpeggiante intorno a una collinetta, ridiscese dal lato opposto, e giunse ad un punto ove le due sponde del laghetto si restringevano e l'acqua frenata da una doppia fila di sassi si frangeva rumorosamente e rimbalzava dall'altra parte fuggendo via in sottile rigagnolo e lambendo i rami di un gruppo di salici. Lì presso, in un'insenatura della riva, a due o tre metri sul livello dell'acqua era un rustico sedile di legno, e dietro al sedile, sopra un piedestallo, una statuina di Diana alla quale da tempo immemorabile mancava un braccio.
Quante volte la Teresa aveva cercato questo tranquillo recesso! Quante volte, a metà del giro del giardino, vi aveva fatto una breve sosta in compagnia dei suoi ospiti! Anche oggi il romito asilo le piacque. Ella sedette e pensò. Pensò alla sua vita onesta di cui tanta parte s'era svolta in quei luoghi. Da bambina veniva ogni autunno con la madre a passare un mesetto nella villa non sua ma dei genitori di colui che doveva diventar suo marito e che allora, maggiore di lei di ben quindic'anni, le badava appena. Ella faceva il chiasso con altri fanciulli della sua età, ormai dispersi pel mondo, saliva sull'altalena, s'arrampicava sugli alberi, ruzzolava giù per le collinette, scendeva nel canotto e tragittava il lago minuscolo. Più tardi, uscita d'infanzia, appassionata della lettura e dello studio ella preferiva la solitudine, e a passi taciti e quasi furtivi s'avviava alla statuina di Diana, portando seco qualche suo libro favorito. Però, accadeva assai di rado che non la disturbassero. E il disturbatore perenne era Tullio Valdengo, un uomo maturo al paragone di lei, che da un po' di tempo non si sapeva che gusto potesse trovare a discorrere con una ragazzina. Eppure egli ne trovava tanto che un bel giorno, proprio sotto gli occhi di Diana, egli le domandò a bruciapelo se voleva esser sua moglie.
—Le nostre due famiglie—egli le disse—sarebbero così contente di questo matrimonio!—Côlta alla sprovveduta, ella si sbigottì e fuggì via senza rispondere, correndo in traccia della sua mamma. E la sua mamma e il suo babbo, che si era recato apposta a Mogliano, e il babbo e la mamma di Tullio Valdengo l'assediarono con tante sollecitazioni, le magnificarono con sì vivi colori la felicità che l'aspettava, ch'ella, sebbene non innamorata di Tullio, si lasciò strappare il sì desiderato. E del resto, perchè avrebbe detto di no? Se non era innamorata di Tullio, non era innamorata di nessun altro. Nessuno fra i giovani ch'ella aveva visto, neanche tra quelli che le avevano dati segni manifesti di simpatia, era riuscito a guadagnarsi il suo cuore. Tullio Valdengo almeno ella lo conosceva (le famiglie erano legate da una lontana parentela e da una strettissima intimità), lo sapeva buono, intelligente, leale, e s'egli aveva trentaquattr'anni quand'ella non ne aveva che diciannove, l'era forza convenire che non era lecito chiamarlo un vecchio. Le ragioni economiche che avevano avuto tanta parte nell'assenso entusiastico dei suoi genitori, avevano minor valore per lei. Tuttavia, cresciuta fra gli agi, benchè non avesse che una piccolissima dote, ella capiva che, senza un grande amore, non si sarebbe acconciata volentieri a nozze troppo modeste. Sposò dunque Tullio Valdengo e gli fu moglie savia e fedele, com'egli le fu affettuoso e fedele marito. Con lui ella ignorò l'ebbrezze della passione, ignorò le gioie soavissime dell'assoluto consentimento di due anime; troppo gli era superiore per forza d'ingegno, per vivacità di fantasia, per raffinatezza di gusti. Pur non era e non si credeva infelice. Era convinta che ad altre donne la vita desse di più di quel che non dava a lei, ma le pareva che, tranne forse per poche privilegiate dalla fortuna, quel di più dovesse portar seco il rischio di amari disinganni e di crudeli inquietudini. Difesa dal rispetto di sè, dal rispetto del nome di suo marito, ell'era passata vincitrice attraverso alle insidie. Nè si vantava di aver superato grandi pericoli. Ell'aveva ben compreso che appena una volta su mille le dichiarazioni galanti esprimono un sentimento vero e profondo, e provava un disprezzo incommensurabile pei libertini, pei seduttori di professione. Ella fulminava con la sua ironia tutti questi don Giovanni proteiformi; gli audaci e i timidi, i piagnucolosi e i gioviali; li fulminava e se li levava d'attorno in un batter d'occhio, con grande meraviglia di qualche conoscente sua altrettanto virtuosa ma meno risoluta, che non riusciva a liberarsi dagl'importuni. In un solo caso, e non si trattava d'un don Giovanni, la Teresa s'accorse d'aver destato in un uomo un affetto degno di lei; nel caso del conte Mario Vergalli. Ah, quello sì che le voleva bene; quello sì che meritava d'essere amato. Ma era anche più innanzi negli anni di Tullio Valdengo; gli mancava il fascino, l'impeto della gioventù, e a lei non fu difficile di moderarne i trasporti, pur conservandoselo amico. Solo alle donne illibatamente oneste è dato operar il miracolo di trasformare in amicizia l'amore che inspirano. E un'amicizia nata in tal modo ha una poesia, una fragranza che le solite amicizie non hanno. Certo si è che quella di Mario Vergalli aveva finito di riconciliare la Teresa Valdengo con la propria sorte; l'intimità con un cuore così nobile, con uno spirito così elevato la compensava a dovizia della scarsa idealità del marito… E talora ella diceva a sè stessa che se il cielo le avesse accordato le dolcezze della maternità ella non avrebbe avuto più nulla a desiderare… Invece ell'era rimasta vedova, giovine ancora… e non era passata a seconde nozze. Perchè? Era un mistero anche per lei. Sebbene ell'avesse assistito con mirabile abnegazione il suo fedele compagno di oltre quindici anni, ell'era troppo schietta da dire che Tullio Valdengo, morendo, aveva aperto nel suo cuore una di quelle ferite che non si rimarginano. O perchè dunque non aveva ella voluto ricominciar la vita con l'uomo che, nell'intimo suo, ella preferiva a ogni altro, perchè non aveva voluto premiare un così raro disinteresse, una costanza sì rara? Era lì, nel giardino, era presso al lago ch'egli l'aveva pregata di accettare il suo nome; era lì che, stendendogli la destra, ella gli aveva risposto:—Perdonatemi, amico mio, non intendo rimaritarmi. Ove mutassi idea, sarei orgogliosa d'appartenervi… Ma ricordatevi che non dovete incatenare la vostra libertà, sacrificare il vostro avvenire a me… che lo merito così poco… Se un'altra…
Egli l'aveva interrotta.—Non parlatemi d'un'altra… Qualunque cosa vi piaccia essere, sposa od amica—(amante non disse perchè troppo la rispettava)—ci siete voi sola per me.
La Teresa sentiva ancora negli orecchi il suono di quelle dolci parole, aveva ancora davanti agli occhi l'atto cavalleresco con cui il conte Mario le accompagnava, chinandosi alquanto verso di lei e baciandole rispettosamente la mano.
Ah sciocca, sciocca, che avrebbe potuto posar la fronte su quel petto leale e trovare un asilo sicuro fra quelle braccia di soldato e di gentiluomo!
Non più ora, non più… Quand'anche egli le avesse perdonato il suo fallo, ella non sarebbe stata mai la contessa Vergalli… Un momento d'oblio aveva distrutto tutta l'opera laboriosa del suo passato, aveva distrutto ogni speranza dell'avvenire.