Ma restavano i due grandi problemi:—Come? Quando?—Ed ecco che a una delle due interrogazioni ella trovava risposta. Al pari della signora di cui non le risovveniva più il nome, avrebbe accumulate le dosi del cloralio sin da averne raccolto la quantità che sarebbe bastata ad ucciderla.

Passò una notte insonne, non però troppo agitata. Forse le aveva giovato il calmante ordinatole dal dottor Boni e preso sul far della sera; forse della morte, non lontana ma non imminente, ella pregustava la pace senza provarne ancora i terrori. E anche i suoi vicini di camera erano meno inquieti quella notte: quando il tintinnio dei primi campanelli eccheggiò negli anditi era già l'alba.

—Fa bel tempo oggi—disse la cameriera dell'albergo entrando nella stanza.

E aprì la finestra. Dirimpetto, la facciata del Palazzo Marino era illuminata dal sole.

La Teresa si alzò, avvertì che sarebbe partita col diretto dell'una, mandò alla farmacia con la ricetta del cloralio perchè le rinnovassero la pozione, e poich'ebbe avuta la boccettina la ripose gelosamente nella sacca da viaggio insieme all'altra ch'era rimasta intatta. Quella sera stessa, a Venezia, ne avrebbe versato il contenuto in una bottiglia più grande, e così avrebbe fatto nelle sere successive per una, per due settimane… Pur l'angustiava un dubbio… Quante dosi le sarebbero occorse per ottenere l'effetto? Non troppe a ogni modo, se i medici somministravano il rimedio con una tal quale ripugnanza e solo in dosi minuscole.—Io non ho simpatia per questi veleni—s'era lasciato scappar di bocca il dottor Boni, non supponendo di che pensieri quella frase gittata lì a caso avrebbe deposto il germe nella sua ascoltatrice.

E anche oggi, come ieri, dopo le dieci del mattino la piazza di San Fedele cominciò ad animarsi per l'arrivo dei corteggi nuziali che si recavano al Municipio. Ma ieri quegli sposi, quei parenti, quei testimoni che scendevano dalle vetture rattrappiti sotto gli ombrelli e coi piedi nel fango avevano un aspetto grottesco; oggi le nuove maritate, riaffacciandosi dopo il sì irrevocabile al portone del palazzo, entravano baldanzose nel sole.—Per qualcheduno la vita è bella—sospirava la Teresa. Ella doveva morire… Non per il suo fallo (quanti suicidi ci sarebbero al mondo!), non per la vergogna, non per lo scandalo, ch'ell'avrebbe accettati se non avessero colpito che lei; doveva morire per risparmiare il dono fatale dell'esistenza a una creatura innocente a cui gli ipocriti e i vili avrebbero rinfacciato l'irregolarità della nascita e che forse un giorno ne avrebbe chiesto conto a sua madre, che forse, anche amandola, non l'avrebbe stimata, che certo non avrebbe mai potuto perdonare a un'altra persona… se pur ne avesse sempre ignorato il nome… Ed era presumibile che l'ignorasse?… No, no; c'era un'unica uscita; la morte.

Verso mezzogiorno il direttore dell'albergo picchiò all'uscio.

—Desidera approfittar del nostro omnibus, o preferisce che chiamiamo una vettura—egli domandò alla Teresa.

—Chiamino la vettura—ella disse—e la mettano nel conto.

—E il biglietto della ferrovia lo ha?