E Mario Vergalli, l'amico leale, il vero, l'unico amico, non lo avrebb'ella aspettato prima di porre ad effetto il suo divisamento? Poichè gli preparava un così acerbo dolore non gli avrebbe dato il conforto di dirgli ch'era pentita di non aver, già da tempo, accolta la sua onesta profferta?… Sì, ma che necessità c'era di dirglielo a voce? Non era meglio scriverglielo insieme alla piena confessione de' suoi traviamenti? Perchè mostrarsi a lui così diversa da quella ch'egli aveva lasciata, così scaduta, almeno le pareva, anche fisicamente, e forse coi segni sul viso di ciò che a lui pure ella voleva nascondere?
Ella rammentò l'ultima lettera di Mario. Egli fissava circa pel 20 del mese la data del suo ritorno. E non era adesso che il 7. Ella non aveva bisogno di decidersi così presto… Già ella non voleva uscir dalla vita come un codardo che fugge, ma come un forte che sente vana la lotta e piega il capo al destino.
Sempre assorta in un pensiero che le si affacciava sotto cento forme diverse, ella badava appena a quello che succedeva intorno a lei. In quella cupa giornata di novembre la notte era discesa precipitosa; poco dopo le cinque la cameriera dell'albergo era entrata ad accendere il lume, a chiuder le imposte, a domandare alla misteriosa forestiera che cosa desiderasse da pranzo e a che ora volesse esser servita. E, senza dubbio, la Teresa aveva detto:—Alle sette—; senza dubbio ell'aveva ordinato una tazza di brodo ristretto, un'ala di pollo, un frutto, un dito di vino; perchè alle sette in punto la cameriera era ricomparsa portando seco sopra un vassoio l'ala di pollo, la frutta, la tazza di brodo, il quinto di vino.
—Non mangia nulla la signora! Sta poco bene?—Queste parole erano state sicuramente dirette alla Valdengo, che non si ricordava se avesse risposto e che avesse risposto…
Alle sette e mezzo della tavola improvvisata non restava traccia alcuna; però qualche cosa la Teresa doveva aver preso; glielo dicevano le nausee rivelatrici, sempre più violente dopo ogni boccone mangiato. Con la testa arrovesciata sul canapè, con gli occhi semichiusi, perchè così aveva l'illusione di soffrir meno, ella cercava d'ingannare il tempo, il tempo che non passava mai, cercava di far arrivare un'ora ragionevole per coricarsi.
In certi momenti le sembrava che tutto dovess'essere un sogno; un sogno il suo viaggio a Milano, un sogno la sua visita al medico, un sogno la sua presenza in quella camera d'albergo. La donna abbandonata lì sul canapè in preda a strazi fisici e morali era un'altra, una dalle tante martoriate del mondo; era un'altra la donna risoluta a morire. Ell'aveva bensì commesso un fallo, ma il suo fallo non aveva conseguenze; con gli anni ell'avrebbe potuto dimenticarlo.
Fugaci allucinazioni dei sensi! Era lei che soffriva, era lei che espiava!
Andò a letto alle nove. La boccetta del cloralio era sul comodino. Ma nell'atto di vuotarla nel bicchiere parve alla Teresa che alcuno le fermasse la mano. Un lampo sinistro aveva attraversato la sua anima. Se il poco liquido chiuso nella piccola ampolla le assicurava il riposo d'una notte, non avrebbero potuto più dosi accumulate darle un ben altro riposo? O come mai l'era sfuggito dalla mente un fatto accaduto anni addietro a Venezia, d'una signora che aveva voluto morire così? S'era addormentata per non svegliarsi. Oh il dolce suicidio, senza spasimi, senza contrazioni, senza dolori!
Fino allora la Teresa aveva detto soltanto:
—Bisogna morire.