Erano circa le dieci del mattino. La Teresa, in veste da camera, nel suo salottino verde, sfogliava le lettere e i giornali che la posta aveva portati durante la sua breve assenza e a cui ell'aveva appena data un'occhiata la sera precedente. Già aveva visto subito che fra quelle lettere non ce n'era nè di Mario Vergalli nè di Guido di Reana. Il silenzio di Vergalli la stupiva: circa a Guido ella pensava con amarezza:—Quello lì ha bell'e dimenticato.—Era ingiusta, perchè il Colombo non toccava terra prima di Porto Said e una lettera scritta di là non poteva ancora esser giunta.
Curva dinanzi alla stufa, la cameriera attizzava silenziosamente il fuoco.
—Non arde?—domandò la signora.
—Ora sì—rispose la Luisa. E alzandosi in piedi, soggiunse:—Comanda altro?
—Nulla… Sì… a proposito… Non occorre dire alla gente della mia gita a Milano… Torno dalla campagna, ecco.
La cameriera chinò il capo:—Come la signora vuole.
In quella si udì una scampanellata alla porta di strada e la Luisa corse a veder chi fosse.
Rientrò di lì a un momento rossa in viso, trafelata:—Signora, signora, c'è il conte Mario.
La Teresa sentì rimescolarsi il sangue. Non se lo aspettava così, senza una riga che lo annunziasse. Nell'eccitamento de' suoi nervi, le parve indiscreto quell'arrivo improvviso, le parve che Vergalli avesse l'aria di voler sorprenderla, di voler togliere il merito della spontaneità alla confessione dolorosa ch'ella si proponeva di fargli.
E il suo cuore si rinchiuse in sè stesso, e quand'egli si precipitò nella stanza, le sue labbra non trovarono che un freddo saluto, le sue mani, le ceree mani dimagrite, ricambiarono mollemente la stretta vigorosa dell'amico, reduce dopo circa tre mesi di lontananza.