—Teresa, che cos'avete?—egli le domandò turbato, più che dalla strana accoglienza, dall'aspetto mutato e sofferente di lei.—Non istate bene?
—Non è niente—ella rispose invitandolo a sedere e abbozzando un languido sorriso.—Mi avete fatto paura.
—Io?
—Siete piombato qui come un fulmine.
Anche a lui si stese una nuvola sulla fronte, ed egli balbettò:—Ma… se vi disturbo…
—Via… che discorsi?—ella riprese trattenendolo con un gesto.—Ditemi piuttosto quando siete arrivato…
—Stanotte… anzi stamattina, alle cinque, da Milano…
—Da Milano?—ella esclamò, pensando che forse egli era in quella città contemporaneamente a lei e che si sarebbero potuti incontrare.
—Sì… Non mi son fermato che tra una corsa e l'altra. Arrivavo dalla via del Gottardo… Vengo dall'Olanda tutto d'un fiato… E vi credevo a Mogliano… L'ultima vostra lettera mi avvisava della vostra partenza per la villa… Tardi partivate quest'anno… Ero deciso di farvi una visita in campagna oggi stesso… Però volli passar prima da casa vostra per sentire se mai foste tornata.
—Sì… sono tornata—ella ripetè, guardando da un'altra parte. Le doleva il nascondergli la sua gita a Milano; ma più la sgomentava il pensiero delle spiegazioni ch'egli le avrebbe chieste. Preferì interrogarlo.—Perchè non mandare una riga?