Queste ultime parole erano rivolte al dottore Romualdo, che venne introdotto in una camera modesta ma pulita, e fatto sedere davanti a un tavolino.
Il Rodomiti offerse al suo ospite un sigaro che questi rifiutò, poi tolse dal cassetto un grosso piego suggellato.
— Ebbi queste carte dalla signora Elena — egli soggiunse. — Si compiaccia di leggerle. Io la lascio solo, ma tornerò di qui a mezz'ora... Intanto son di là con mia sorella. Se le occorre qualche cosa, tiri il campanello.
E uscì inchinandosi alquanto per non urtar col capo sull'architrave.
— Fumerà anche lui — brontolava la signora Teresa nell'andito — sicuro, fumano tutti adesso, fumano perfino le donne.
E il capitano replicava infastidito: — Sempre questa fissazione del fuoco.... Non fuma, non fuma.
Poi si fece silenzio, e il dottore Romualdo aperse con mano tremante il piego misterioso che gli stava davanti. Insieme con altre carte ch'egli si riserbò di esaminare più tardi, c'era una lunga lettera scritta di mano femminile.
IV.
«Fratello mio, — diceva quell'epistola — sono quasi dodici anni dacchè, figlia disobbediente e cattiva sorella, io lasciai il tetto domestico, ove avrei dovuto confortare la vecchiezza del babbo ed essere per te una seconda madre. Una passione infelice mi acciecò. Seguii oltre l'Oceano l'uomo che mi aveva ammaliata, e dopo essere rimasta senza risposta a due lettere scritte a nostro padre, non volli ritentare la prova; considerai che tutta la mia famiglia avesse cessato di esistere per me. Ero superba, Romualdo; mi pareva di esser trattata in modo indegno, e il mio cuore s'indurì nel dispetto e nell'ostinazione. Per altro, da un'amica mia io ricevevo di tratto in tratto nuove di casa, e da lei seppi della morte di nostro padre. Piansi, mi strappai i capelli, mi accusai di avere con la mia condotta abbreviato i giorni di quegli a cui dovevo la vita, e scrissi a te, fratello mio, a te che avevo cullato tante volte su' miei ginocchi, a te cui avevo insegnato a balbettare le prime parole. Ma certo tu mi credevi una triste donna, e la voce della tua sorella non ebbe un'eco nel tuo cuore. Aspettai per mesi e mesi una tua lettera intenerendomi all'idea di riceverla, sperando di poter iniziar teco attraverso l'Oceano uno scambio di assidue corrispondenze. Io dicevo: egli mi racconterà i suoi studi, mi racconterà i suoi primi successi; perchè io ti sapevo pieno d'ingegno, e non dubitavo che saresti riuscito; mi racconterà i suoi primi amori, e quando amerà anche lui, oh allora, ne son certa, mi perdonerà... Ma la tua risposta non venne, e l'orgoglio mi vinse di nuovo, e mi chiusi nel mio silenzio, che durò fino adesso. L'amica che mi teneva informata delle cose della mia famiglia, o è morta anch'essa, o si stancò di scrivermi. È proprio vero, sai, quel proverbio: lontan dagli occhi, lontan dal cuore. Per anni ed anni non seppi nulla di te. A malgrado che vi sia una continua emigrazione dall'Italia a queste contrade, dal nostro paese non è mai capitato nessuno. Finalmente arrivò qui, or son dieci mesi, certo Zirlo, della Spezia, che non ti conosceva di persona, ma che ti aveva sentito nominare perchè un suo nipote aveva studiato in codesta Università. Avevi dunque seguìto la tua vocazione, eri divenuto professore. Lo dicevano sempre in casa, a vederti immerso nei libri, alieno dai divertimenti, dai chiassi. Ma io volevo notizie più precise, e ottenni che il signor Zirlo scrivesse al nipote a questo scopo, raccomandandogli però (vedi come il mio orgoglio fa sempre capolino) di non farti saper nulla dell'incarico ch'egli aveva avuto. Il giovane rispose diffusamente, parlando della stima di cui godi, della certezza che hai di succedere in un termine non troppo lungo al professore titolare, dalle tue abitudini ritiratissime, della gravità del tuo carattere. Benedetto ragazzo! Sempre misantropo, fin da fanciullo! Dal giorno in cui ebbi queste informazioni fui più tranquilla. Non ti scrissi però; mi bastava saperti vivo, sano, onorato. Pensavo bensì che ti avrei scritto se si avverava un mio presentimento.
«Questo mio presentimento sta per avverarsi. Io avrò presto fornito il mio cammino nel mondo, o fratello, e oggi stesso il medico, ch'io supplicai di dirmi la verità, mi confessò che non ho più che otto o dieci giorni da vivere. Grazie al cielo, la mia energia non mi abbandona nemmeno in quest'ultima prova. Bensì mi abbandona il mio orgoglio, e ti mando un tenero addio e ti chiedo perdono di esserti stata una cattiva sorella come fui una cattiva figlia ai nostri genitori, e ti prego di cosa che confido non mi sarà negata da te.