— E l'altra, come strilla!

— Buona sera, signor professore — gridò il primo, ch'era anche il più birichino.

Il signor professore si lasciò scappare un grugnito e tirò innanzi nella sua via. Appena fuori della stazione, entrò in una carrozza ch'era già occupata e dovette scenderne; poi salì in un'altra, ne chiuse lo sportello, ne abbassò le cortine, e ordinò al cocchiere di condurlo quanto più presto potesse alla sua abitazione.

Il cocchiere frustò il cavallo; le grida della fanciulla si dileguarono in lontananza.

Gli studenti si guardarono in faccia e proruppero in un riso sgangherato.

— Il ratto di Proserpina — osservò uno d'essi. E declamò il famoso sonetto:

Diè un alto strido, gittò i fiori, e volta, ecc., ecc., ecc.

VII.

La mattina del memorabile telegramma, la signora Dorotea, dopo esser risalita al suo quarto piano, sentì il bisogno di ridiscenderne ancora e di visitare parecchie conoscenti, nel cui animo poter versare le sue pene. A ciascuna di queste dilettissime amiche ella narrò in segreto la cosa, e a ciascuna raccomandò di non far chiacchiere, come aveva raccomandato prima alla portinaia. In questo suo viaggio circolare ella raccolse i più disparati consigli, e tornò a casa che aveva il capo come un cestone. Chi le aveva detto bianco e chi nero, chi le aveva suggerito di aprir subito le ostilità, e chi di temporeggiare. I varii partiti battagliavano fieramente nel cuore della signora Dorotea, e nel suo turbamento ella lasciava scivolar più spesso del consueto la sua mantellina giù dalle spalle, e discorreva da sè sola con grande meraviglia di quanti la incontravano per via. — Sì, farò conto di non aver nemmeno ricevuto il dispaccio. — No, starò a vedere... — Che sconvenienza! — Se fosse sua figlia! — È impossibile. — Si tratterà di una notte...

Alla lunga, prevalsero le idee più miti. C'era poi ragione di prender le cose sulla punta della spada? Era giusto di non far trovare un brodo ed un letto pronto ad una creaturina di quattr'anni, che sarebbe mezza morta di fame e di stanchezza? La signora Dorotea ripensò a trent'anni addietro, quando per due settimane ella pure aveva sorriso a una piccola cuna rimasta vuota, ahi, troppo presto; ella ripensò all'amore che il suo defunto Agesilao portava ai fanciulli, onde, nei giorni di festa, amava recarsi a passeggiare ai giardini ed era lieto dell'allegria dei monelli, che, a sciami, gli volteggiavano intorno. Ottimo Agesilao! Quando non parlava alla moglie d'iscrizioni ipotecarie, le parlava di bimbi, e le diceva ch'ella era una buona a nulla perchè non gliene aveva riempito la casa. — Agesilao, Agesilao — ammoniva la savia femmina — hai quattro lire al giorno e si campa a fatica noi due; prega il cielo piuttosto che la famiglia rimanga lì. — Ma Agesilao non mutava opinione... Ah! ottimo funzionario, ottimo marito! Nessuno saprà tener come lui il protocollo di un ufficio d'ipoteche, nessuno colmerà il vuoto da lui lasciato nel cuore della signora Dorotea... E adesso, dopo più di tre lustri dacchè egli riposava nel cimitero, la sua onesta figura riusciva ancora a calmare gli sdegni della nervosa vedovella.