Il dottor Romualdo rimase solo con la Gilda, che dormiva tranquilla nel suo letticciolo. Ella aveva passato un braccio bianco e tornito sotto la testa ricciuta; il suo piccolo petto si alzava e abbassava alternamente con un moto regolare; il suo lieve respiro si sentiva appena nella camera; le sue guance si erano tinte del più bel colore di rosa!
— Ma! — sospirò il professor Grolli, prendendo il lume e allontanandosi in punta di piedi. — Se fosse stata così in ferrovia!
Rientrato nella sua stanza, il professore trovò sotto un calcafogli il giornale e la lettera di cui gli aveva parlato la signora Dorotea. Mise da parte il giornale senza lacerarne nemmeno la fascia, e prese invece in mano la lettera, che portava una infinità di bolli postali e veniva da Montevideo. Romualdo sentì una trafittura al cuore. Aperse la busta, spiegò il foglio e guardò la firma che gli riuscì affatto nuova. Erano poche righe in italiano, concepite così:
«Egregio signore,
«In omaggio alle ultime volontà della signora Elena Natali di b. m., adempio al penoso ufficio di trasmettere a V. S. una copia dell'atto di decesso della detta signora. Quantunque la morte sia avvenuta da parecchi giorni, questa copia non potè aversi che oggi.
«Con stima, ecc., ecc.»
Il documento a cui questa lettera accennava era scritto in lingua spagnuola, e le firme delle autorità locali erano autenticate dal console italiano a Montevideo.
Per anni ed anni il dottor Romualdo, immerso nei suoi studi, non aveva mai rivolto il pensiero a questa sorella, che, mentr'egli era ancora fanciullo, era fuggita oltre l'Oceano. Essa era estinta per lui. Per la prima e per l'ultima volta durante questo lungo periodo egli ne aveva, tre giorni addietro, rivisto i caratteri. Ella gli scriveva che stava per morire, e morendo gli affidava sua figlia. La fredda lettera ch'era adesso aperta dinnanzi a lui, vergata da mano estrania, non poteva nè ferirlo in un affetto vivo, nè destargli alcuna sorpresa. Eppure, singolare a dirsi, il Grolli ne fu commosso più ancora che non fosse stato dalla lunga epistola di sua sorella. Ogni dubbio oramai era tolto; Elena non respirava più. C'era oramai tra loro due un abisso più profondo, uno spazio più vasto di tutto l'Atlantico. Sventurata Elena! Per quanto, rivolgendo indietro lo sguardo, egli cercasse di raffigurarsene la fisonomia, non gli riusciva di arrestarne l'immagine; sapeva solo ch'ella era stata assai bella e assai infelice.
Il professore tentò distrarsi, gettò gli occhi sulla Memoria che aveva interrotta al momento della sua partenza per Genova, e fece tutto il possibile per convincersi di nuovo che la formula x=sen ysen α era un amore di formula. Ma non vi riuscì. Fra una lettera e l'altra si cacciava l'insolita e mesta visione d'un cimitero di là dall'Oceano, ove sotto un'umile croce, non rallegrata da fiori, non consolata da pianto, dormiva una creatura del suo sangue.
Si accostò pian piano all'uscio che metteva al camerino della piccola Gilda, e tese l'orecchio. Silenzio profondo. Nulla turbava i sonni dell'orfanella, di cui egli doveva essere oramai la difesa e la guida.