Ella non gli rispose, ma si voltò da un'altra parte e si coprì la faccia con le mani. Poco lungi sghignazzavano due convittrici, delle più grandi.
Il dottor Romualdo si sentì una trafittura al cuore. Condusse la fanciulla in un angolo appartato della sala e le domandò a mezza voce: — Ti burlano forse? — Ella si strinse un po' nelle spalle, ma continuò a tacere.
— Ti burlano per cagion mia?... Di' la verità.
E presele le manine ch'ella teneva davanti agli occhi, la costrinse a guardarlo in viso.
— Sì — ella bisbigliò con voce appena percettibile.
— Ebbene, Gilda, se vuoi, io non vengo più.
Era la prima volta ch'egli metteva alla prova l'affetto della nipote, era la prima volta ch'egli si accorgeva come quest'affetto fosse necessario alla sua vita. Perciò, in quel momento, tutto l'esser suo pendeva dalle labbra della Gilda. E quando egli sentì le morbide e rotondette braccia di lei con impeto subitaneo cingergli il collo, e quando fra i singhiozzi ella gli disse — No, zio Aldo, voglio che tu venga sempre — una dolcezza nuova, inusata gli corse le vene, provò una gioia quale non gli era stata data da nessuna formula algebrica. Egli prese la bimba sulle ginocchia, e carezzandole i capelli ripigliò il suo interrogatorio: — Dunque che ti dicono?
Ella diventò rossa, ma stette senza aprir bocca.
— Ti dicono forse che hai torto ad avere uno zio così brutto?
— Oh! — fec'ella con una garbata scrollatina di capo e ridendo in mezzo alle lagrime.