Punto inorgoglito delle mutate fortune, il nostro professore conservava le sue modeste abitudini, e le rendite cresciute gli servivano soltanto a ingrossare il fondo giacente presso la Banca in conto della nipote e ad abbellire la stanza in cui ella sarebbe tornata al suo uscir dal collegio.

XI.

Due anni prima che la Gilda compiesse la sua educazione, un'epidemia difterica venne a mietere più di una vittima fra le convittrici. Allora vi fu un fuggi fuggi; quasi tutti i genitori richiamarono a casa le figliuole, e il professor Romualdo s'affrettò egli pure a riprendere la sua pupilla. A epidemia finita, la Gilda avrebbe dovuto ridursi nuovamente in collegio, ma la sua migliore amica era morta, e l'idea di non trovarla più la contristava fuor di misura. — Preferiresti di restare con noi? — le domandò un giorno lo zio. — Oh sì — ella rispose con le lagrime agli occhi. E rimase.

Ella aveva allora quattordici anni, e si trovava in quel periodo critico della vita femminile nel quale un non so che d'incerto, d'indefinito si stende sull'espressione del volto e sulle linee della persona. È come se il fiore tornasse nel suo bocciuolo per aprirsi una seconda volta, nè si può prevedere in qual modo si riaprirà. Quante speranze dell'infanzia deluse! Quante paure svanite! Il mostricciuolo diventerà forse una Venere, Venere si cambierà in un mostricciuolo. Negli occhi delle madri si dipinge un'inquietudine ansiosa, nello sguardo degli estranei una curiosità indiscreta; la giovinetta intanto si sente osservata e si osserva; ella dimanda a sè stessa che cosa scomponga l'armonia delle sue membra, che cosa turbi la serenità del suo spirito, che fuoco arcano le riscaldi le vene. Ha baldanze che la fanno arrossire, ha ritrosie che non comprende; guarda dietro di sè, vede le bambine saltellanti, chiassose, e ne ha invidia e disprezzo ad un tempo; deve confessare che stava meglio quand'era come loro, eppure non vorrebbe tornar come loro; guarda davanti a sè, e vede le giovani spose, le matrone dalle forme opulente mal dissimulate dai veli, le vede imperare con un volger di ciglio e sente che sarà anche lei un giorno quali esse sono, e affretta col desiderio quel giorno. Eppure il desiderio non è senza una tristezza profonda. A che prezzo stringerà quello scettro?

Nell'ultimo tempo della sua dimora in collegio la Gilda era alquanto imbruttita. Era alta, magra, pallida, con un cerchio azzurro intorno alle palpebre. Le sottane corte lasciavano vedere un piede un po' troppo lungo e il principio d'una gamba un po' troppo sottile; anche le braccia erano lunghe e stecchite. Il suo sorriso aveva perduto dell'antica vivacità, la sua voce, già limpida e argentina, era spesso velata e talora feriva l'orecchio con certe note fesse e sgradevoli. Ma in questa eclissi della sua bellezza la Gilda conservava di magnifico gli occhi grandi, espressivi, i folti, bruni, crespi capelli, e i denti bianchi come l'avorio e uguali come le perle d'un monile. Era lecito pronosticare che il resto si sarebbe accomodato da sè.

Come la fisonomia e la persona, così si era un po' modificato il carattere. Ella non era più la bimba impetuosa, ma gioviale, espansiva, che aveva anni addietro portato la rivoluzione nella silenziosa casa Negrelli; i suoi uccelletti, i suoi fiori non le parlavano più l'usato linguaggio; qualche volta la sua allegria era forzata, qualche altra non sapeva frenarsi, e si rinchiudeva nella sua camera, malinconica e taciturna. Non di rado ripensava al chiasso ch'ella faceva con Mario nel magazzino del signor Gedeone; ahimè, dov'erano andati quei tempi? dov'era andato Mario?

Quando gli si domandava conto del suo figliuolo, il signor Gedeone tentennava gravemente il capo. Quel ragazzo gli dava pure di gran tribolazioni. Non era cattivo, ma voleva fare a suo modo, e il soggiorno in Isvizzera, che doveva mettergli giudizio, aveva invece finito di guastargli il cervello. Ormai bisognava rinunziare alla speranza ch'egli succedesse al padre nel commercio dei grani e dei coloniali. Con la stramba idea di diventar pittore, s'era legato in amicizia con un giovane artista svizzero, il quale lo aveva condotto seco per otto mesi a Roma ed ora lo teneva nel suo studio a Zurigo. Di là Mario scriveva al babbo lettere piene d'entusiasmo, chiedendo quattrini e promettendo di render celebre in meno di dieci anni il nome della famiglia.

— Eh, signorina — disse un dopo pranzo il signor Gedeone alla Gilda, ch'egli salutava sempre con deferenza come l'antica camerata di suo figlio — Mario terrà forse parola e mi renderà celebre, ma che me ne importa? Io avrei preferito ch'egli fosse qui ad attendere agli affari insieme con me... Allora sì che avrei lavorato di lena... Adesso invece...

Il signor Gedeone, ch'era seduto sur una panca di legno davanti al suo magazzino, si alzò in piedi, si passò il rovescio della mano sugli occhi; indi proseguì: — Ma!... Mi par ieri quando Mario e lei si rincorrevano fra le balle di caffè e i barili di aringhe... Se ne rammenta? Come passa il tempo!

Un garzone del fondaco s'avvicinò al principale. — Il brigadiere se n'è andato. Non ci sono che le guardie Munari e Albonzio.