— Avanti, allora — ordinò il signor Albani.
Un gran carro di fieno ch'era fermo sulla strada, col timone rivolto dalla parte della città, si mosse alzando una nuvola di polvere. I sonagli dei muli tintinnavano in cadenza, il sole morente lambiva coi suoi ultimi raggi la parte superiore del carico, lasciando in ombra il resto, il conduttore disteso sul fieno cantava:
Addio, mia bella, addio,
L'armata se ne va,
ecc., ecc.
Intanto il signor Gedeone ora seguiva con lo sguardo il barroccio, ora si voltava a discorrere con la Gilda.
— Non viene mai il signor Mario qui? — chiese questa timidamente.
— C'è stato un paio di volte — rispose il signor Gedeone — Lei era in collegio. Adesso dice che non vuol tornare finchè non abbia fatto un bel quadro... Il bel quadro lo farà... oh lo farà senza dubbio... ma non è questo ch'io volevo... Volevo averlo meco... volevo lasciargli i miei affari... ecco quel che volevo....
A questo punto il signor Gedeone diede un'occhiata dal lato della porta della città. Un suo commesso gli fece un cenno con la mano, come a significare: — Ormai è passato.
Il negoziante mostrò di aver capito; poi stringendo la destra alla Gilda: — La ringrazio della sua premura, signorina... Mi fa tanto piacere, sa, poter parlare di quel bricconcello di Mario.