Del resto, il professor Romualdo, quantunque convinto che la soppressione della donna ci avvierebbe a uno stato di perfezione assoluta, non intendeva sottrarsi a nessuno degli obblighi suoi verso la nipote. Se, anni addietro, egli aveva commesso una debolezza acconsentendo a tenerla presso di sè, tanto peggio per lui; s'egli non aveva saputo prevedere che la bambina non sarebbe stata sempre bambina, era a lui e non ad altri che toccava scontare l'imprevidenza. Norma costante delle sue azioni, il sentimento del dovere lo reggeva anche in questa prova e gli dava il modo di vincere ostacoli che sulle prime gli parevano insuperabili.
Tra le novità introdotte nel sistema di vita del nostro matematico non fu certo l'ultima quella di recarsi un paio di sere la settimana insieme con la Gilda in casa del cavalier Diomede Lorati, che teneva allora l'ufficio di rettore dell'Università. Il professor Grolli in conversazione; era una cosa da far strabiliare! Ma il medico aveva giudicato opportuno che la Gilda conoscesse qualche persona dell'età sua, ed erano su per giù della stessa età le figlie del rettore. Il cavaliere Lorati era una buonissima pasta d'uomo, che da venti anni professava diritto civile e in tutto questo tempo non aveva mutato una virgola alle sue lezioni. Gli scolari sapevano come ogni lezione principiava e come finiva, e spesso il professore aveva la compiacenza di sentir correr lungo i banchi una frase ch'egli non aveva ancor detta. Del resto, il cavalier Lorati era tenuto in conto di persona sapiente; era segretario della locale Accademia di scienze e lettere, e in questo ufficio aveva avuto agio di svolgere le sue naturali disposizioni per le commemorazioni funebri. Infatti, quando moriva un socio, era a lui che toccava darne la triste novella, e la dava col cuore spezzato. Il buon professore non avrebbe ommessa questa frase per tutto l'oro del mondo. Ma non era soltanto in favore dei soci dell'Accademia che il cavalier Lorati versava il suo inchiostro e le sue lagrime. Chiunque passasse agli eterni riposi, per poco che fosse conosciuto da lui, aveva il conforto d'un suo cenno necrologico preceduto da un motto latino, o da uno dei soliti emistichi, come — Morte fura — Prima i migliori e lascia star i rei — oppure — Sol chi non lascia eredità d'affetti — Poca gioja ha dell'urna.
Un'altra bella qualità del cavaliere era la sua sommissione agli oracoli della signora Olimpia, sua moglie, donna notevole per molti rispetti, e particolarmente per quello di madre di famiglia. Ella aveva studiata a fondo la situazione matrimoniale delle sue figliuole e soleva cantar loro su tutti i toni: — Bimbe mie, vostro padre è un sapientissimo giureconsulto, ma voi non avete quello che si dice il becco d'un quattrino, e ai tempi nostri una lepre verrà a gettarsi in braccio del cacciatore prima che un uomo venga spontaneamente ad offrir la sua mano a una ragazza senza dote; perciò abbiate bene in mente che bisogna aiutarsi da sè, non aver romanticismi, non patir distrazioni, cercar molto e cercar sempre, e quando si crede di aver trovato, badare che non isfugga la preda. Io sono vostra madre e farò il dover mio. Ma farei ben poco se non mi secondaste.
Fedele alle sue savie massime, la signora Olimpia metteva in mostra la sua Ginevra e la sua Giulia quanto più poteva, e non mancava di condurle a passeggio, alle funzioni di chiesa, ai dibattimenti della Corte d'assise, dappertutto insomma dove vi fosse la speranza di veder comparire quella rara selvaggina che si chiama un marito. Inoltre ella riceveva due sere la settimana. Erano ricevimenti alla buona; alcuni professori con le mogli e le figliuole, alcuni parenti dei professori, e una mezza dozzina di studenti, nei quali la signora Olimpia aveva creduto di scoprire la stoffa matrimoniale.
Per i professori c'era un tavolino a parte, intorno al quale essi impegnavano discussioni rumorose sui regolamenti universitari, sui ministri che s'eran succeduti all'istruzione pubblica, sugli esami e sulle propine. Ma il grosso della compagnia sedeva a una gran tavola rettangolare, su cui la Ginevra e la Giulia stendevano con moltissima cura un tappeto di lana che ricadeva sin quasi sul pavimento. I maligni volevano far credere che all'ombra di quel tappeto si stabilissero fra gli studenti e le ragazze attivissime comunicazioni di mani e di piedi, assai più gustose dei giuochi di società che avevano luogo alla superfice.
Alle dieci la signora Olimpia distribuiva agli invitati una tazza di tè leggiero in modo da non alterare il sistema nervoso, e le padroncine giravano un piatto di sandwichs preparati dalle loro mani. Alle undici la compagnia si scioglieva, salvo i pochi casi in cui tra gl'invitati si trovasse una persona di buona volontà da suonar l'armonica e da permettere alla gioventù di far quattro salti in famiglia.
Un osservatore superficiale troverà senza dubbio che la signora Olimpia, sollecita com'era di procurar marito alle sue figliuole, commetteva una leggerezza invitando ai suoi convegni serali la Gilda, che dava scacco matto a tutte e due. Ma la signora Olimpia aveva vedute più larghe e profonde. Ella pensava che la bellissima giovinetta poteva servir d'uccello di richiamo e far venire in casa qualcheduno che non ci sarebbe venuto altrimenti. — E pur che ci vengano almeno in due — rifletteva l'accorta donna — io ci avrò sempre guadagnato. Quand'anche si appiccicassero entrambi alla nipote del Grolli, più d'uno ella non ne sposerebbe; l'altro resterebbe sempre amico di famiglia, e allora, chi sa?
Non si può creder quante feste si facessero dalla famiglia Lorati ai due nuovi ospiti. Le ragazze volevano sedere l'una a destra, l'altra a sinistra della Gilda, la colmavano di elogi sulla sua bellezza e sulla sua grazia, la iniziavano ai segreti dei dilettevoli giuochi di scopa e campana e martello. La signora Olimpia e il rettore prodigavano le più tenere cure al professor Romualdo, e anzi il rettore sentiva l'imperioso bisogno di fargli ogni momento il solletico sulle ginocchia e di ripetergli con infinita espansione: — Ma bravo il nostro Grolli, che si è risolto a uscir dal suo guscio!
E gli altri professori in coro: — Bravo Grolli! Bravissimo!
Nell'ora del tè poi era la signora Olimpia in persona che portava la tazza al dottor Romualdo e gli offriva i sandwichs. Faceva servire gli altri invitati dalle figlie, ma il dottor Romualdo voleva servirlo ella stessa.