— Sempre le bestie fra i piedi — egli disse con un grugnito, e, svincolatosi dalla signora Salsiccini, lasciò la stanza e scese in fretta le scale.
La signora Dorotea, rimasta sola, guardò prima Mao e poi Meo, e dopo aver lisciato il pelo ad entrambi: — C'è del torbido — brontolò — c'è del torbido. — Mao e Meonon seppero contraddire alle sue previsioni e ripigliarono in silenzio il loro posto sul canapè.
Gli avvenimenti non tardarono a provare che la signora Dorotea si apponeva al vero.
Erano scorsi due giorni dalla partenza del dottor Grolli, e l'ottima signora, discesa al pianterreno nel camerino della portinaja, comunicava a costei le sue inquietudini circa al proprio pigionale. Ella aveva finito appena di tessere l'elogio del dottor Romualdo, il quale, astraendo dalla sua misantropia, era un modello di puntualità e di discretezza, quando un fattorino del telegrafo si presentò sulla soglia e chiese — In che piano abita la signora Dorotea Salsiccini?
La signora Dorotea, a sentir così inaspettatamente pronunciato il suo nome, divenne prima bianca e poi rossa, ed ebbe appena la forza di balbettare: — Sono io... ma...
— C'è un dispaccio per Lei. Favorisca farmi la ricevuta.
— Un dispaccio!... Ma io...
— Dorotea Salsiccini, casa Negrelli, è Lei, o non è Lei?
— Ih! un po' di pazienza — disse la portinaja, accorrendo in aiuto della pacifica pigionale del quarto piano. — Dacchè s'è fatta quella maledetta invenzione delle lettere che corrono lungo i fili di ferro, non c'è più pace per nessuno a questo mondo... e pei portinai meno che per gli altri... Di giorno, di notte, drlin, drlin, chi è?... Il telegrafo...
— Insomma, non ho tempo da perdere — interruppe il fattorino. — Se non vogliono il dispaccio, lo riporto in ufficio e me ne lavo le mani.