— Parte, professore? — disse la buona donna, ch'era occupata a lavorar di calze.

— Sì... Faccia il piacere di mandare qualcheduno all'Università con questo biglietto.

— E... tornerà presto?

— Domani, posdomani, di qui a due o tre giorni, non lo so di preciso.

— E... scusi — continuò la signora Salsiccini sempre più impensierita — ha preso con sè l'occorrente, calze, polsini, colletti?

— Sì, sì, ho preso tutto... basta.

A vero dire, il professore non aveva preso altro che una camicia da notte, ma rispose di sì per levarsi d'impiccio. Del resto, egli non aveva mai brillato per una cura eccessiva della persona.

— Un momento — soggiunse la signora Dorotea, vedendo che egli si avviava verso l'uscio. Si alzò dalla sedia, e staccata da un chiodo una spazzola, se ne servì per ripulirgli il soprabito. — Via, stia cheto un minuto... Come vuol andar così?... Non c'è altri al mondo per sciupar la roba in questa maniera...

Mentre la padrona di casa si affaccendava intorno al recalcitrante scienziato, i due gatti Mao e Meo, inseparabili compagni di lei, che dormivano rinvolti a spira ai due angoli di un canapè, si rizzarono sulle quattro zampe, arcuarono la schiena a foggia di cammelli, apersero la bocca ad un lungo sbadiglio, poi scesero dalla loro posizione eminente e vennero a fregarsi intorno al vestito della signora Dorotea.

Questo atto amorevole dei due quadrupedi fece perdere al professore la poca pazienza che gli era rimasta.