— No, signora Gilda, non lo pensi nemmeno.
— Oh, perchè?
— È troppo bella così.
Questo complimento a bruciapelo fece salire le fiamme al viso della giovinetta, che abbassò gli occhi e cercò di mutar discorso.
— Si trattiene qui un pezzo?
L'Albani rispose che aveva in animo di intraprendere l'ascensione d'una tra le cime meno conosciute della catena, ma che gli era forza aspettare il ritorno d'una guida impegnata per un paio di giorni con altri forastieri. Intanto si poteva fare insieme qualche gita agevole anche ai non alpinisti.
La Gilda applaudì di gran cuore alla proposta, il dottore Romualdo l'accolse invece con assai mediocre entusiasmo, ma la nipote non durò gran fatica a ribattere le sue obbiezioni. E invero, a che scopo eran venuti lì se non a quello di girare fra i monti? E che altro avevano fatto sino allora? Mario chiamò l'albergatore, e un po' consultandosi con lui, un po' esaminando la carta geografica, stabilì la via da percorrere il domani; poi, simile a un generale che determina in anticipazione il suo campo di battaglia, segnò col lapis rosso il luogo ove si sarebbe fatto sosta per desinare; infine ordinò egli stesso in cucina di approntare un buon pezzo d'arrosto da mettere nel carniere. L'oste lo ascoltava con la deferenza dovuta a un alpinista che era salito due volte sul Cervino.
Per quel giorno l'Albani non lasciò quasi mai il professore e la Gilda. Era cordiale, espansivo come chi fece un incontro inatteso e gradito, e parlava volentieri dei suoi disegni per l'avvenire, delle sue speranze, delle sue ambizioni. Si sentiva giovine, si sentiva forte, aveva l'anima piena di poesia, d'ideale, vedeva turbinarsi davanti agli occhi mille immagini che un dì o l'altro egli confidava di riprodur sulla tela. No, egli non aveva sortito l'indole dell'uomo d'affari, il suo ingegno non si era mai saputo acconciare alle discipline delle cifre; che avrebbe fatto nello scrittoio di suo padre? Da fanciullo in su aveva avuto un culto, un amore ardente, irresistibile; il culto, l'amore del bello. La bellezza gli faceva piegar le ginocchia, come cosa di cielo; e l'aveva cercata e la cercava per tutto, negli splendori dell'alba e del tramonto, nella nota d'una musica appassionata, nel fascino della poesia, nelle forme armoniose e nel sorriso della donna. La religione del bello era tutto per lui; beati i tempi in cui essa era l'ispiratrice dei popoli! Insomma egli era, egli voleva essere artista: lo lasciassero seguir la sua via; forse egli avrebbe presto o tardi toccato una meta non ingloriosa. Di quadri finora non ne aveva fatto che uno, venduto a Zurigo e accolto con benevolenza dai critici più severi. Ma si portava dietro un'infinità di studi, di schizzi, gettati giù alla buona sul primo pezzo di carta che gli cadeva sotto le mani. Erano tipi che egli aveva accarezzati nella fantasia, o che aveva incontrati realmente nel suo cammino; ricordi della vita, o ricordi del pensiero, ch'egli raccomandava alla carta, con un segno, con una data ch'era per lui un filo d'Arianna onde raccapezzarsi in quel labirinto. Nei libri che leggeva, e ne leggeva molti (poesie e romanzi per lo più), cercava soggetti di quadri; traduceva in linee i personaggi e le scene che l'autore aveva descritto a parole. In questi suoi disegni appena abbozzati era il germe delle sue opere venture; era il materiale greggio da cui egli sperava di sprigionare il metallo prezioso.
Tutte queste cose Mario Albani diceva al professore e alla Gilda, sciorinando davanti a loro quelli ch'egli chiamava i suoi scarabocchi e spiegando donde ne avesse tratto l'ispirazione. La sua parola era colorita, nervosa, e rivelava un giovane d'ingegno, un po' entusiastico forse, un po' troppo fiducioso di sè, ma nel quale c'era a ogni modo la stoffa d'un uomo non volgare.
Bisognava mettersi in moto la mattina all'alba, e quindi quella sera i nostri touristes si separarono presto, dopo aver preso un eccellente punch preparato da Mario, il quale, da buon alpinista, portava nel suo piccolo bagaglio una mezza dozzina di limoni e una bottiglia di cognac.