Quando il pittore fu nella stanza, egli si accorse ch'era muro a muro con la Gilda. Egli picchiò sulla parete e disse: — Signora Gilda, la sveglierò io domattina. — E diede altri due colpetti: — Mi sente? — Sì, sì.

La Gilda poteva soggiungere ch'ella non aveva punto sonno, e che probabilmente non avrebbe dormito in tutta la notte. E invero ella si ravvoltolava nelle coltri senza chiuder occhio, pensando a quel bizzarro incontro col suo antico compagno d'infanzia, là tra le solitudini alpine, a mille duecento metri sul livello del mare. Com'era mutato Mario! Ed era mutata anche lei, ed egli glielo aveva fatto intendere con tanta galanteria, quand'ella aveva espresso il desiderio di tornar bambina. — È troppo bella così — Queste parole le ronzavano gradevolmente all'orecchio. Ella sorrideva a fior di labbro; poi, per una rapida associazione d'idee, paragonava fra loro i tre uomini che le pareva di conoscer meglio nel mondo, lo zio Aldo, il capitano e Mario. Era possibile immaginarsi tre nature più diverse? Per l'uno la vita si chiudeva tutta nell'austerità degli studi, per l'altro essa significava il movimento, la lotta, il pericolo; pel terzo essa non aveva che uno scopo: la ricerca appassionata del bello. Chi dei tre aveva ragione? La Gilda non sapeva dirlo, ma l'istinto femminile l'avvertiva ch'ella esercitava un impero su quelle tre anime.

Nella camera attigua, ch'era quella del professore, si vedeva lume attraverso il buco della serratura.

— Sei desto ancora, zio Aldo? — chiese la Gilda.

Il chiamato balzò in sussulto. — Sì... Come lo sai?... Ho fatto romore?

— No, vedo chiaro.

— Leggevo... Ma tu perchè non dormi? Non ti senti bene forse?

C'era tanta tenerezza, c'era tanta ansietà nella voce del dottor Romualdo, che la giovinetta ne fu commossa. — Che idee! — ella rispose — sto benissimo... Oh! perchè spegni la candela?

— Perchè tu possa dormire.

— Povero zio Aldo! — pensò la Gilda — Come mi vuol bene!