Così tutto pareva sorridere a questa unione: la gioventù, la bellezza, le prospettive di una vita comoda e agiata, le brillanti promesse della gloria. Se la Gilda rifletteva a ciò che sarebbe accaduto di lei ove fosse rimasta orfana e sola a Montevideo, ella aveva ben ragione di lodarsi della fortuna e degli uomini che avevano cospirato con amorosa sollecitudine a sparger fiori sul suo cammino. Dal giorno in cui sua madre morente l'aveva affidata al capitano Rodomiti perchè la conducesse in Europa, quante cure soavi l'avevano cinta, di quanti pensieri gentili era stata l'oggetto! Senza genitori, ella era stata amata più di molte fanciulle che crescono all'ombra del tetto domestico; povera, il frutto della previdenza altrui la rendeva quasi ricca a diciassette anni. Uno zio che non le doveva nulla le faceva da padre; un estraneo, il capitano Rodomiti, gareggiava con lo zio in tenerezza per lei. Avrebbe potuto essere una selvaggia, ed era stata allevata in un ambiente di studi; aveva il culto dell'arte, e l'uomo a cui doveva unir la sua vita era un artista.
Pure, la sua contentezza non era scevra d'angustie. Come in qualche giornata estiva si diffondono pel cielo sereno lievi vapori che, senza prender forma visibile, offuscano nondimeno lo splendore del sole, così una vaga malinconia s'impossessava talvolta della sua anima, e le faceva considerar la sua felicità come un castello di carte destinato a crollare ad un soffio. Mario l'amerebbe sempre? L'affetto che egli le portava era di quelli che durano alla prova del tempo, che resistono al tedio, ai capricci della mobile fantasia? Oggi ella era per lui il tipo di quella bellezza ch'egli idoleggiava; a sentirlo, ella doveva figurare in tutti i suoi quadri, passare all'immortalità per opera del suo pennello. Ma domani? Se un altro tipo femminile gli sembrasse più vicino all'ideale che gli sorrideva nella mente?
Un giorno ella non aveva potuto a meno di dirgli: — Tu non comprendi la donna che bella!
— È vero — egli aveva risposto — ma che t'importa, poichè tu sei bellissima?
Tra gli sponsali e le nozze doveva correre un periodo di un anno, nè l'irrequietissimo Mario sapeva acconciarsi a rimaner tanto tempo fermo in un luogo. Egli era ora di qua, ora di là; ora a Zurigo, ove aveva vecchi amici e lavori lasciati incompiuti, ora in questa o in quella città d'Italia. Lontano, non aveva l'abitudine di scriver troppo di sovente alla sua sposa; se ne tornava però sempre più innamorato di prima.
Durante le assenze di Mario, il pensiero della giovinetta si ripiegava con maggior tenerezza dell'usato su quelli ch'ella stava per abbandonare: sul professore Romualdo, sulla signora Dorotea, che, pur brontolando continuamente, aveva mostrato tanto affetto per lei. La signora Dorotea non era più la matura ma vispa donnetta di dieci anni addietro, che divideva la giornata tra le cure domestiche e le visite ai conoscenti; era curva, sdentata, e passava le lunghe ore in un seggiolone cogli occhiali inforcati sul naso, con la calza in mano.
Negli ultimi tempi anche la sua condizione economica s'era molto peggiorata. La manìa del giuoco del lotto, cresciuta in lei coll'avanzare dell'età, l'aveva caricata di debiti, e una mattina il professor Romualdo aveva visto giungere gli uscieri del tribunale per l'oppignoramento dei mobili. Il professore aveva posto riparo al disastro rimborsando il danaro dovuto dalla vedova e comprandole i mobili a prezzo vantaggiosissimo per lei. Così a poco a poco le parti s'erano invertite fra loro; egli era divenuto il padrone di casa, ella era l'inquilina. Il professore pagava la pigione; ella, piuttosto per salvare il decoro che per altro, pagava a lui un piccolo assegno mensile pel proprio mantenimento. Non aveva rinunziato alla sopraintendenza alle cose domestiche, ma le sue funzioni attive si riducevano a nulla. L'ufficio che ella aveva abbandonato con maggior riluttanza era quello di scriver la polizza del bucato; grave occupazione, nella quale soleva impiegare tre ore ogni venerdì, dopo aver fatto acquistare la sera innanzi una penna d'oca temperata e aver versato una goccia d'aceto nel calamaio affine di render scorrevole l'inchiostro. Alla lunga però anche un tale incarico era stato assunto dalla Gilda, che mostrava tutte le qualità di una buona massaia, e la signora Dorotea aveva sempre più agio di brontolare e di studiare la cabala del lotto. La prima di queste inclinazioni aveva trovato un nuovo alimento nella promessa di matrimonio della Gilda. Quel matrimonio ella non sapeva mandarlo giù, sia che avesse altri disegni relativamente alla bambina, com'ella soleva spesso chiamare la Gilda, sia che tenesse ancora il broncio a Mario per la marca di negozio ch'egli le aveva dipinto sulla schiena quand'era fanciullo. Ordinariamente ella si limitava a sfogare il suo malcontento in lunghi soliloqui; non lasciava però sfuggirsi l'opportunità di dirne una parola anche al professore, e di biasimarlo della sua troppo facile condiscendenza. Nè con la Gilda faceva mistero dell'antipatia che le inspirava il suo fidanzato. Del resto, si era troppo avvezzi alle querimonie della signora Dorotea per dar loro gran peso; tuttavia la Gilda sentiva spuntarsi qualche volta una lagrimuccia di dispetto, e diceva: — In fin dei conti, che ha con Mario? — Eh, nulla, nulla — rispondeva la vecchia — ma quello lì non era il marito per te... E credi tu che il professore veda di buon occhio queste nozze?... Non parla, ma soffre... Oh! Il professore io l'ho conosciuto prima che tu avessi lume di ragione.
L'idea che lo zio Aldo soffrisse amareggiava profondamente la Gilda e la rendeva più sollecita, più affettuosa verso di lui ch'ella non fosse mai stata. Ella voleva a ogni costo prestargli l'opera sua, voleva copiare i suoi manoscritti, voleva aiutarlo nel suo laboratorio. E s'egli si schermiva, ella, che non aveva la virtù dissimulatrice di lui, mostrava tanta afflizione da vincere ogni sua resistenza. No, piuttosto di darle un dolore, egli ne avrebbe dati cento a sè stesso. Nel momento in cui era stato fissato il matrimonio della Gilda, egli aveva fermo in cuor suo due cose: consacrarsi con lena raddoppiata agli studi, avvezzarsi a veder la nipote meno che fosse possibile. Di questi due proponimenti il primo soltanto gli era riuscito; s'era immerso nel lavoro, s'era impegnato con un editore a fornirgli entro pochi mesi la materia di un paio di pubblicazioni: un trattato di geometria superiore, e un libro di minor mole, che avrebbe dovuto essere come la sintesi del suo pensiero scientifico. A quest'ultimo soprattutto egli indirizzava le forze dell'intelletto; voleva ch'esso fosse stampato prima delle nozze della Gilda, voleva ch'esso levasse romore intorno al suo nome; per la prima volta nella sua vita, al culto disinteressato del vero si mesceva nell'animo suo il desiderio della gloria.
Era geloso della celebrità bambina di Mario; ambiva mostrare che la scienza può dare alla fama una base più sicura e più salda dell'arte. Il suo stile, ordinariamente arido e disadorno, si risentiva dell'inspirazione robusta che gli aveva suggerito quest'opera, e acquistava una vigorìa e un colore inusato. La Gilda, nel ricopiarne alcune pagine, non aveva potuto a meno di esclamare: — Zio Aldo, diventi anche poeta? — E aveva soggiunto, additando il suo ritratto appeso al disopra della scrivania: — Ero stata buona profetessa. Quel quadro doveva far miracoli.
La Gilda diceva il vero? Era dunque da lei, era dalla sua immagine che spirava un soffio di poesia in quell'anima austera di scienziato? Anch'egli dunque cedeva a quella influenza della donna a cui aveva saputo sottrarre la sua giovinezza? Così finivano i suoi superbi dispregi?