Un colpo di vento aprì d'improvviso la finestra, e fece sbattere con violenza l'uscio del laboratorio che la Gilda, entrando, aveva soltanto accostato.

— Ih che aria! Bisogna chiuder quella finestra — disse il professore, allontanandosi dai fornelli e salendo sopra una sedia per rimuovere una tendina che s'era impigliata nello spigolo d'un'imposta.

— E io chiuderò l'uscio — soggiunse la Gilda. Ma nel punto d'avviarsi urtò inavvertitamente col gomito l'apparecchio, una storta si ruppe, uno scoppio terribile fece rintronar la volta dello stanzino, e in un attimo la povera fanciulla si trovò circondata dalle fiamme, mentre dei pezzi di vetro slanciati in aria dall'esplosione le si conficcavano nelle carni. Mise un urlo straziante, e si precipitò fuori del laboratorio, ma appena giunta in camera dello zio, le gambe non la sorressero più, e stramazzò sul pavimento.

Per buona fortuna il professore Romualdo, sebbene ferito anche lui da una scheggia, non si smarrì interamente d'animo, ma, strappati dal letto i guanciali e le coperte, li gettò addosso alla Gilda, indi, senza badare al pericolo, le si abbandonò sopra di peso e a prezzo di non lievi scottature riuscì a spegnere il fuoco che le investiva la persona. Lo strepito aveva intanto chiamata la signora Dorotea e la fantesca, le quali, al miserevole spettacolo, furono a un punto di cadere in deliquio e a stento si trascinarono sino alla scala mettendo la casa a rumore. Salirono i vicini spaventati, salirono i commessi del fondaco Albani, salirono perfino dalla strada alcuni passanti, e il loro soccorso non fu inutile ad arrestare un principio d'incendio nel laboratorio, ove le vampe correvano lungo i fornelli.

— L'ho sempre detto io che doveva finire con una disgrazia! — borbottava con voce mezzo spenta la signora Dorotea.

Ma nessuno badava a lei. Tutti gli sguardi erano conversi sulla infelice giovinetta, pochi istanti prima così florida e bella, e adesso così malconcia. I suoi occhi erano chiusi, ahi forse per sempre, una larga ferita le deturpava la bocca, la sua fronte era tutta una piaga, e sparse di luride piaghe erano le membra gentili, che palpitavano sotto le vesti a brandelli. Un rantolo affannoso le usciva dal petto, e spesso quel rantolo si mutava in un grido di spasimo da parer quello di una creatura che muore. E invero, avrebbe ella sopravvissuto a tanto strazio? Quando, fra atroci convulsioni, fu trasportata sul suo letto, e il medico l'ebbe esaminata a parte a parte, egli non seppe dissimulare le sue inquietudini. La cosa era grave in sè, gravissima per le complicazioni che potevano derivarne; nella migliore ipotesi, bisognava che passassero parecchi giorni prima di poter fare un pronostico più tranquillante.

Anche il professor Romualdo avrebbe avuto bisogno di riposo, ma egli non volle che gliene discorressero, e appena consentì a lasciarsi medicare le scottature che aveva riportate alle mani e alle braccia. Poi sedette al capezzale della nipote, e nella sua fisonomia si dipingeva una sofferenza poco minore di quella di lei. A sentirlo, era lui la colpa di tutto; maledetti i suoi esperimenti chimici, maledetta la scienza, maledetta la sua stolida vanità che gli aveva messo in corpo la smania delle scoperte!

Del resto, il Grolli s'accusava a torto. La disgrazia non era da attribuirsi che a una sbadataggine della Gilda; era invece merito di lui se le conseguenze non ne erano assolutamente irreparabili.

Ma egli non ragionava più. Era questo il primo gran dolore della sua vita. Fino a quel giorno gli studi lo avevano confortato in ogni sua prova; di fronte al mondo del pensiero, il mondo reale con le sue passioni, coi suoi affetti, gli era sempre parso insignificante e piccino; adesso la sua filosofia s'era dileguata: egli soffriva come la femminetta il cui sguardo non abbraccia più largo orizzonte di quello della sua casa e della sua famiglia. Ogni gemito della Gilda gli faceva scorrere un brivido nell'ossa; ogni volta che il chirurgo tormentava le piaghe di lei, era come se una lama aguzza cercasse la via del suo cuore.

XX.