Intanto la Gilda migliorava. Sul finire della terza settimana il medico dichiarò rimosso il pericolo ch'ella perdesse la vista, quantunque fosse più che probabile che le sarebbe rimasto leggermente offeso l'occhio sinistro. Di lì ad altri dieci giorni si dileguarono le ultime apprensioni circa allo stato generale dell'inferma. Cominciava il periodo della convalescenza, una convalescenza che sarebbe stata lunga, dicevano i medici, e che doveva esser piena di riguardi e di cure. Ma che importava tutto ciò, se c'era da gridar al miracolo pei risultamenti ottenuti?

Per quanto sia una bella cosa lo star bene di salute, il guarire sarebbe una cosa ancora più bella, se non ci fosse il grave inconveniente che per guarire è necessario essere stati malati. Ciocchè mi richiama alla mente un romanzo francese, nel quale una signora, più arguta che costumata, dice a una amica: — Credimi, la miglior condizione per una donna è quella di vedova. — E l'amica, femmina della stessa risma, rincarando la dose con un frizzo ancora peggiore, risponde: — Sì, se per esser vedova non bisognasse prima esser maritata. — Discorsi immorali, che saranno meritamente riprovati dalle virtuose lettrici.

Ma venendo a noi, quale pur sia il posto che le dolcezze della guarigione occupano tra le gioie, non troppo numerose, della vita, è certo che questo posto è molto elevato. Guarire è un rinascere con conoscenza di causa, e nello stesso tempo con la disposizione a rammentare tutto ciò che la vita ha di giocondo, a dimenticare tutto ciò ch'essa ha di triste. Ci pare che l'universo si adorni per farci festa; che gli uccelli cantin per noi; che per noi olezzino i fiori, e il sole c'inviti a bearci ne' suoi raggi. Noi ci affacciamo alla finestra e la rondine ci dice: ben tornati; usciamo all'aperto, e lo stormir delle foglie, e il mormorio del ruscello, e le mille voci della natura si fondono ai nostri orecchi in un saluto cortese. Anche gli uomini son buoni, ci sorridono, ci stendon la mano, ci parlano di cose allegre, di cose leggiere; non è tempo questo da malinconie e da grattacapi. Sotto ai nostri piedi è un tappeto di rose, sulla nostra testa è una danza d'astri lucenti. E nel nostro cuore? Tutto il meglio ch'è in noi s'agita, ribolle, scintilla; si svegliano i pensieri gentili, le fedi ardenti, le speranze baldanzose, e quella inesausta sete d'amore ch'è tormento e dolcezza dell'esistenza. Il mondo è nostro un'altra volta: avanti!

Però, questa voluttà della vita che torna non brillava negli occhi della Gilda, quando col lento rimettersi delle forze si sgombravano le nebbie del suo spirito. Ella sentiva che un abisso la divideva dal passato; un istante aveva distrutto la sua beltà e la sua giovinezza. L'avvenire che l'aspettava non poteva esser più quello ch'ella aveva sognato nell'estasi de' suoi giorni felici; la figura di Mario, ch'ella mirava talvolta vicino al suo capezzale, le faceva l'effetto d'una visione d'altri tempi evocata dalla sua fantasia, la voce di lui le pareva l'ultima risonanza d'una musica che si perde lontano.

Era strano, ma le sembrava d'esser più libera allorchè Mario non era presente, allorch'ella rimaneva sola con lo zio Aldo. L'affezione fida, discreta, inalterabile, al cui tepido soffio ella era cresciuta, non era stata scossa dalla tempesta che aveva sfrondato tante gioie e tante speranze della sua vita. Ella la trovava accanto a sè, sollecita, operosa come per lo addietro, più forse che per lo addietro, come se avesse attinto nuovo vigore dalle prove della sventura. Di quando in quando, simile a un'ombra, le si affacciava alla mente il ricordo d'un giorno in cui le parole e gli sguardi dello zio l'avevano sgomentata; ma oggi quel ricordo non valeva a turbarla, ad offenderla, a scrollar la sua fede. I suoi occhi non isfuggivano gli occhi del professore che sovente si volgevano in lei con una tenerezza piena d'ansietà, la sua mano tremula e scarna cercava volentieri la mano dello scienziato. E provava un senso di calma, di pace, che, in quella sua stanchezza dell'animo e della persona, era il miglior bene a cui potesse aspirare. Ma se arrivava Mario in uno di questi momenti d'abbandono, la Gilda arrossiva, il professore si tirava in disparte; l'incanto era rotto, le incertezze dell'avvenire penetravano nella camera insieme col giovine artista. Egli faceva del suo meglio per esser gentile, officioso; però, il tedio non tardava a dipingerglisi in viso, e la Gilda, con la chiaroveggenza dei malati, se ne accorgeva anche troppo. Allorchè ella sorprendeva il suo sguardo fisso su lei, le pareva ch'egli contasse le sue cicatrici a una a una, le pareva ch'egli dovesse domandarle in tono di rimprovero — Perchè non sei più bella?

— Oh — ella disse una mattina al professore Romualdo, che accampava mille pretesti per non darle uno specchio — il mio vero specchio è Mario. Ho visto da gran tempo nei suoi occhi che son diventata bruttissima... Non sarà una novità, te lo assicuro, il vederlo in un pezzo di vetro... Già, presto o tardi, a questo bisogna venirci... Via, dammi lo specchio.

Alla fine, un giorno in cui Mario era assente, bisognò appagare il suo desiderio. Prima però ella acconsentì a fare un po' di toilette e anche a lasciarsi tagliare i capelli che le cadevano in gran copia, come foglie secche dall'albero. — Torneranno a crescere — le si diceva per confortarla, mentr'ella con moto nervoso ravvolgeva le dita lunghe e sottili in quei bruni ricci ch'erano stati il suo orgoglio. Ella non rispondeva nulla.

Poi che le forbici ebbero compìta l'opera loro, le si acconciò in capo un cuffietta bianca, le si fece infilare un corsetto di bucato, e la signora Dorotea, di sua propria mano, le annodò intorno al collo un fisciù di seta azzurra.

La Gilda ruppe il silenzio. — Qua lo specchio, e ch'io faccia la mia personale conoscenza — ella disse con un'allegria forzata. Indi si voltò dalla parte dell'uscio. — È ben chiuso?

Le aveano portato uno specchietto ovale molto leggero che soleva stare appiccato a un chiodo infisso in uno dei regoli della finestra della camera del professore, il quale se ne serviva nel ravviarsi i capelli e la barba.