— No, per carità, — esclamo spaventato. — Nessun privilegio. È sempre meglio assoggettarsi alla sorte comune.

— Ho dato anche un'occhiata al menu, — ripiglia il signor Peretti. — Abbiamo pasta di cappellini col pomodoro.... E per secondo piatto....

Ma l'arrivo d'un landau frena sul labbro del signor Peretti questa importantissima confidenza. — I Martinoni! — egli grida con entusiasmo. E agitando il cappello si slancia verso la carrozza.

Il dottore passa confidenzialmente il suo braccio sotto il mio. — Ella ha perduto l'amico.

Din, din, din. È il primo annunzio del pranzo. Alla seconda scampanellata andremo a tavola.

Il pranzo.

Per abbracciar con un colpo d'occhio la posizione non c'è quanto l'ora dei pasti che raccoglie nell'ampia sala da pranzo, senza differenza di condizione sociale, di sesso, di età, tutti gli ospiti dello Stabilimento. Certo che per chi sia avvezzo alla mensa casalinga è, in principio, una gran confusione. Fra il correre affannoso dei camerieri, l'acciottolìo delle stoviglie, il tintinnare delle posate, il gorgogliare di tante voci diverse, alte, fioche, gravi, acute, che si confondono in un suono simile a quello che fa il mare lontano, ci si sente presi da una specie di vertigine, e si osa appena alzare gli occhi dal piatto e guardare la doppia fila dei commensali seduti intorno alla lunga tavola a ferro di cavallo che s'allunga e s'accorcia secondo il bisogno. Però questa impressione quasi di sgomento non dura un pezzo, e dopo poche cucchiaiate di minestra si è come usciti di minorità.

— Che ne dice di questa minestra? — mi domanda uno de' miei vicini Cirieri, quello che pare il capo della famiglia. — Ed è sempre così.... O sa di fumo o non sa di niente.

Ma un signore dirimpetto che seppi poi essere un negoziante di oggetti di cautchouc è molto meno calmo.

— Una porcheria, una vera porcheria.... Una cucina da cani.... Sentirà poi a cena.... Sentirà....