E lo schizzinoso uomo tronca la frase con un gesto d'orrore.

Il bello si è che con un'intonazione più o meno tragica, più o meno feroce lo stesso discorso si fa da un capo all'altro della tavola. Gli arrabbiati, gl'idrofobi addirittura sono quelli che a casa loro pranzano molto peggio, e che appunto per questo vogliono lasciar credere di aver il palato esercitato a tutte le delicatezze gastronomiche; ma anche le persone per bene a cui l'educazione vieta certe escandescenze, anche le persone serie che in condizioni ordinarie s'accorgono appena di quello che mangiano, qui diventano d'una suscettibilità estrema e fanno eco ai citrulli. Le lagnanze principiate alla minestra si ripetono al lesso, si esacerbano al secondo piatto e si mantengono inalterate al dolce e alle frutta.

Son giuste? Ecco, a dirle ingiuste affatto si avrebbe torto. Il proprietario dello stabilimento somiglia a quei direttori di Collegi-convitti che danno poco da mangiare ai ragazzi per risparmiar loro le indigestioni. Anch'egli, il proprietario, ubbidisce a un alto concetto igienico. Non deve, non può, non vuole paralizzar con una cucina succulenta gli effetti benefici della cura. Eppoi se ne appella al medico. Non è forse lui che proibisce le droghe, il formaggio, gli eccitanti di qualunque specie?

Il dottore risponde di sì. Tuttavia, preso a tu per tu, egli non osa affermare che per la salute dei curanti sia necessario che la minestra sappia di bruciato, che la bistecca non si lasci tagliare, che il dolce sia crudo e le frutta siano acide.

C'è piuttosto un argomento psicologico da addurre a favore dello statu quo. In uno stabilimento di questa natura il lagnarsi della cucina è cosa di prammatica, è un modo di passare il tempo. Se lo stesso Brillat-Savarin approntasse di sua mano le salse più ghiotte, tanto e tanto si sentirebbe ogni giorno un coro di maledizioni. Ciò posto, val meglio non darsi troppi pensieri e cercare nell'economia dell'azienda un compenso alle critiche acerbe dei signori bagnanti.

Comunque sia, il pranzo è finito, e mettendomi accanto alla porta mi vedo sfilar dinanzi la lunga schiera dei commensali. È una folla variopinta e diversa. Signore eleganti che nel vestito, nello sguardo, nell'andatura rivelano il desiderio e l'abitudine di piacere; donne di casa che non fanno nessuna concessione alla società, e dopo aver subìto per forza il supplizio della mensa comune si tirano in un canto insieme con la famiglia; uomini serii, emaciati, venuti per la cura e non altro che per la cura, ogni momento alla ricerca d'un consulto medico; zerbinotti allegri in traccia di distrazioni; bimbi malaticci e bimbi fiorenti; insomma una lanterna magica nella quale con un po' di pazienza spiccheranno alcune figure caratteristiche. Per oggi bisogna contentarsi delle linee generali. Passa anche il mio amico e mi saluta, ma è in compagnia dei Martinoni e deve rimandare a più tardi l'onore di presentarmi a sua moglie. Il dottore aveva ragione; l'amico è meno pericoloso di quello che si sarebbe creduto. Ho invece la grata sorpresa di trovar qualche vecchio conoscente che, a tavola, non avevo ravvisato; scambio qualche stretta di mano, qualche parola, faccio in buona compagnia una passeggiata di mezz'ora sino a un punto da cui si gode una bellissima vista. Il senso pauroso d'isolamento da cui ero stato colto all'arrivo va attenuandosi a grado a grado.

Nell'ingranaggio.

E fino dal secondo giorno son preso nell'ingranaggio. Ho ricevuto all'alba la visita del dottore, sono stato, per pura formalità, interrogato, auscultato e palpato, e poichè sembra ch'io abbia i visceri sani sono promosso ai corsi superiori senza bisogno di passar pei corsi preparatori. Mi spiego. I novizi non vengono ammessi immediatamente agli onori della doccia; devono prima pigliarsi in santa pace l'impacco, la spugnatura e che so io.... Ai provetti la doccia, la tinozza, la piscina. Partecipo anch'io ai sacri riti. Mi alzo per tempissimo, bevo un bicchier d'acqua fresca alla fonte, cammino su e giù a passo di bersagliere davanti allo Stabilimento per la cosidetta preazione in attesa della campana che chiami i fedeli a raccolta e del campanello che annunzi con due squilli il turno del secondo gruppo a cui appartengo. Giunto l'istante fatale, mi chiudo nel camerino, mi riduco nelle condizioni d'una statua greca, meno la bellezza, ed entro nel misterioso recinto ove il pontefice massimo circondato dai minori officianti, ritto sopra una piattaforma, con la destra su un manubrio mi dà alcuni ordini secchi, precisi, e quando io son collocato nella posizione voluta con la faccia rivolta al muro e con le due mani su una spranga d'ottone, mi scarica addosso le sue artiglierie acquee accompagnando l'atto feroce con altri comandi e suggerimenti laconici. — Bassa la testa. — Fregarsi il petto e le gambe. — Voltarsi. — Ancora. — Basta. Ed eccomi avviluppato in un bianco lenzuolo, ricondotto nel mio camerino, fregato e strigliato come un asino, aiutato a vestirmi in gran furia, e slanciato fuori a somiglianza d'un proiettile che deve compire la sua parabola.... Su per sentieri erti e sassosi, giù per la strada postale o per viottoli angusti fra campi e prati senza indugiarmi nè a guardare una prospettiva, nè a raccogliere un fiore sinchè le membra intirizzite non siano invase da un tepore benefico. Allora, sicuro dell'avvenuta reazione, penso con più calma al ritorno e allo spuntino che m'aspetta, due ova e una tazza di latte. Non è propriamente un pasto in comune; la tavola è apparecchiata dalle sette alle otto; pur di non lasciar passare questo limite si viene quando si vuole. I ritardatari stanno a digiuno fino al tocco. Ma già, nel termine prescritto vengono tutti. Vengono alla spicciolata, ansanti, trafelati dalla corsa, le signore in abiti dimessi, per lo più coi capelli chiusi in una rete. I discorsi che si sentono sono pieni di varietà. — Ha fatto una buona reazione? — Fa due o tre doccie al giorno? — Ah due sole.... La terza è troppo molesta. — A me no davvero.... Quando si è in ballo bisogna ballare. — S'intende, ma con una certa moderazione. — No, no, o la cura sul serio, o niente.

Perchè anche quassù, come da per tutto, abbiamo i fanatici e gli scettici. I primi con la loro aria solenne, compunta, sacerdotale, non ammettono scherzi, non aprono la bocca che per esaltare i miracoli dell'idroterapia. Sono per solito i veterani dello Stabilimento, vi capitano da cinque, da dieci, da quindici anni, e citano sè stessi come esempi parlanti dell'efficacia della cura, che, del resto, essi seguono anche a domicilio, senza interruzione. A sentirli discorrere non si riesce a figurarseli che in istato adamitico, sotto la doccia. E l'immagine non è mica sempre attraente. Gli scettici, che il cielo li benedica, sono affabili, disinvolti, e ridono volentieri del culto, dei sacerdoti e dei fedeli. In quanto a loro, son qui perchè di luglio preferiscono il monte al piano, l'acqua fresca all'acqua calda.

Senonchè il tipo originale per eccellenza è un certo conte Ortigli (lo chiamo così) il quale essendo, in fatto di cure, più ancora che scettico, miscredente, si sottopone a tutte quante a vicenda.