— Caro signore, — egli mi dice un giorno fra una doccia e l'altra, dandomi un colpettino sulla spalla, — questa delle cure è una camicia di Nesso. Una volta che la si è indossata non la si depone più. Naturalmente la prima cura fa male. Se ne tenta una seconda. La seconda forse mitiga le conseguenze della prima ma produce essa pure i suoi effetti sinistri, ond'è indispensabile provarne una terza e poi una quarta e una quinta, fin che, scusi la parola, si crepa. Io andavo soggetto a un po' di calore alla pelle; il medico mi ordina i bagni salsi e mi spedisce a Venezia. Anzichè guarire divento un mascherone e rimango tale per cinque o sei mesi. Consulto un nuovo Esculapio. — Vada nel prossimo giugno a Levico a far la cura arsenicale. — Vado; in principio mi scuoio; dopo sto meglio e sembro ristabilito nel mio incomodo. Ma mi rovino gli intestini al segno che l'anno appresso il dottore mi manda nientemeno che a Carlsbad. Un luogo amenissimo. Migliaia e migliaia di persone che per quattro settimane consecutive si purgano. Oh gl'intestini son ripuliti per bene, non c'è che dire, ma a cura finita stento a reggermi in piedi e son bianco e sottile come un fantasma. — Bisogna rintonarsi in montagna, — sentenzia il mio archiatro. E io salgo a Saint-Moritz, trovo in agosto due gradi sopra zero, mi sforzo a far delle passeggiate di parecchi chilometri e ripiglio lena e colore. Ma ci guadagno una bronchite fastidiosa e insistente. — Roba da nulla, — dichiarano i medici (ne ho interrogati tre), — roba da nulla; i polmoni sono in istato perfetto; non c'è che un'eccessiva sensibilità alla cute, e a questa si rimedia con l'idroterapia. Ed eccomi qui, caro signore, eccomi qui con un principio di dolori artritici....

— Eh via....

— Non ischerzo. Sento delle fitte alle giunture e prevedo che quest'inverno sarò inchiodato a letto e che nell'estate ventura andrò ad Abano o a Monsummano a sudare tra i vapori come un dannato e a ravvoltarmi nel fango come un maiale....

— Ma allora.... — incominciai.

— Perdoni se la pianto così, — interruppe il conte. — A momenti suona la campana, io ho il primo turno, e devo far quindici minuti di preazione. Arrivederla.

Soddisfazioni morali, piccole noie, arrivi, partenze.

C'è da inorgoglire. Un'eco della mia fama letteraria è giunta fino quassù. Credo abbia contribuito a ciò lo zelo del mio carissimo amico Peretti, il quale, sebbene abbia frenato gli slanci del suo cuore espansivo, mi dimostra una considerazione superiore a' miei meriti. È certo che si sa ch'io sono quello che scrive. Il proprietario mi fa degli inchini profondi sperando un articolo di elogio; qualche signora spinge la degnazione fino a volere ch'io le sia presentato. In complesso mi sembra che nessuno abbia letto i miei libri, ma, viceversa, tutte desiderano di leggerli, e pensano al modo di procurarseli. L'idea luminosa che il modo più semplice di procurarsi un libro sia quello di comperarlo non entra quasi mai nel cervello degl'Italiani. Le signore specialmente, così pronte a gettare il danaro in fronzoli vani e gingilli inutili, diventano, a questo proposito, modelli di economia domestica. — Un libro? Che cosa se ne fa dopo averlo letto? — Una delle mie ammiratrici mi domanda il titolo del mio ultimo romanzo. Glielo dico. — Ah, ella esclama, quanto pagherei ad averlo! — Sarei tentato di risponderle che le basterebbe pagar quattro lire, ma taccio per prudenza. La signora resta un poco soprappensiero, poi soggiunge: — Al mio ritorno pregherò mio fratello di farselo prestare dal Club. Al Club lo avranno? — Ma! — replico io in tuono dubitativo.

Nessuno mi leva dalla mente che la signora mi giudica un somaro perchè non le offro io stesso un esemplare del romanzo con le sue due righe di dedica. Un'altra ha trovato una maniera singolarissima di lusingare il mio amor proprio. Convien notare ch'ella si è portata seco un marmocchio di undici mesi, slattato appena, il quale non fa la doccia, ma la fa fare, tepida, a chi lo prende in collo senza le debite precauzioni. Or bene, questa mamma fortunata tiene, me presente, al suo bambino dei lunghi sproloqui per eccitarlo a diventare una brava persona come me, a scrivere, quando sarà grande, dei libri come li scrivo io. E si capisce ch'ella non dubita nemmeno ch'egli li scriverà molto meglio, tanta è l'intelligenza ch'egli spiega alla sua tenera età, tanto il criterio ch'egli dimostra in ogni atto della sua vita. Del rimanente, questo è il più piccolo ma non il più nocivo tra i fanciulli che si trovano nello Stabilimento. I più nocivi sono quelli tra gli otto e i dodici anni, sia che strepitino e s'accapiglino insieme, sia che si caccino fra le gambe degli adulti, sia che si esercitino nella divina arte di Euterpe (maniera difficile per dire la musica) sedendo due o tre ore di fila al pianoforte della sala, o portando nei boschetti del giardino i loro strumenti insidiosi, flauto, violino, clarinetto, eccetera, eccetera. Vittor Hugo augurava a' suoi cari di non veder mai

..... la ruche sans abeilles

La maison sans enfants!