Povero don Prospero! Non vorremmo calunniare un degno ecclesiastico, ma abbiamo forti ragioni per credere ch'egli dica spesso in cuor suo: — Benedetto uomo quel Saverio! Dal momento ch'egli era giunto sulla soglia del Paradiso, che ghiribizzo gli è saltato di far frontindietro e di rimanere in questo brutto mondacccio ove rischia di compromettere di nuovo la salute dell'anima sua?

Ah, il giorno della confessione di Saverio Dorini (della prima) era stato un dì memorabile pel parroco di Sant'Angelo dei Pastori. Con zelo d'apostolo egli era accorso al letto del moribondo, con mansuetudine di santo ne aveva ascoltato le rivelazioni inattese, con gaudio di sincero credente ne aveva accolto il pentimento e gli aveva concessa l'assoluzione. Quindi ai curiosi che affollati intorno alla farmacia tentavano strappargli qualche indiscrezione egli s'era contentato di dire: — Fa una gran bella morte.... Una morte da vero cristiano.

— Non poteva essere altrimenti, — qualcheduno aveva soggiunto. — Dopo una così bella vita!

Senza rispondere, don Prospero s'era ritirato frettolosamente in canonica, ove alla serva Cesira che lo tempestava di domande aveva ripetuto l'identica dichiarazione: — Fa una gran bella morte.

Ma la sera, tornando dal Mago, l'aveva trovato in condizioni molto migliori; la mattina il medico era venuto in persona ad annunziargli, che, secondo lui, il signor Saverio era fuori di pericolo.

— Diamine, diamine! — aveva borbottato fra i denti il buon prete.

III.

Tutti i particolari di quella confessione erano stampati in caratteri indelebili nella memoria di don Prospero a cominciar dalla fuga precipitosa del gatto Masaniello che, sguisciando dalla camera del malato in un accesso di folle terrore, gli si era impigliato nella tonaca e fra le gambe. C'erano momenti in cui egli sarebbe stato in grado di ripetere parola per parola le cose dettegli dal farmacista, e di aggiungervi l'esclamazioni che la sorpresa gli aveva strappato dal labbro, le interruzioni, l'esortazioni che aveva fatto. Gli bastava chiuder gli occhi per rievocare la scena.

Ecco, dopo liberatosi la coscienza di alcuni peccatucci minori, il signor Saverio si alzava faticosamente sul gomito, e tirando un sospirone principiava: — Ella sa, caro don Prospero, di quanta stima io godessi come farmacista....

A cui egli, il sacerdote: — Stima meritatissima, figliuolo. Ma non conviene esaltarsi.