Ma una mattina, dopo che nella settimana c'erano stati due funerali in paese, Dorini si presentò turbatissimo al suo confessore. — Caro don Prospero, io ho una gran paura che volendo far il bene noi facciamo il male.
— Cosa c'è? Che fisime son queste? Spiegatevi.
— Ha visto di quei poveri Giorgetti e Silanda?
— Son morti, pur troppo.... Me ne dispiace perch'erano due buoni diavoli, due padri di famiglia.... Meno male che avevano qualche po' di terra e i figliuoli non restan nella miseria.... Insomma, pulvis sumus.
— Ebbene, avevano l'identica malattia e son stati curati con gl'identici rimedi, arsenico e noce vomica, che quattr'anni fa si son somministrati al gastaldo del conte Ferro e a Gigi Bonai, il maniscalco, i quali son guariti tutti e due e adesso stanno meglio di noi.
— Oh bella, si sa, con la stessa malattia, con la stessa cura chi guarisce e chi no.
— Sissignore; però, quattr'anni fa, quei veleni, perchè sono veleni, uscivano in ben altra forma dalla mia farmacia. Un bambino avrebbe potuto prenderne qualunque dose senz'accorgersene. Ora sono genuini, e ammazzano.
— Ammazzano, ammazzano? I medici sapranno il loro mestiere.
— Sarà: per me son convinto che s'io non cambiavo sistema quei due disgraziati campavano.
— Che vorreste concludere?