— Ecco, se tutto quello che risparmiate, fino all'ultimo soldo, lo deste ai poveri, chi sa ch'io non fossi più corrivo?
Ma Dorini protestò. Del danaro in carità ne spendeva già molto; non poteva esporsi al rischio di passare per dissipatore e di perdere il credito di cui ogni industriale ha bisogno.
Il rifiuto del farmacista fu una fortuna per don Prospero che s'era accorto immediatamente di aver messo il piede in fallo e sarebbe stato in un bell'impiccio se il Mago avesse accondisceso a stringere il contratto. Anzi, riflettendoci, egli temette d'esser caduto in peccato mortale pel solo fatto della proposta.
E a pranzo non toccò quasi cibo, tanto aveva la coscienza angustiata.
La serva Cesira, che da un pezzo lo vedeva così diverso da quello d'un tempo, uscì allora in queste gravi parole:
— Lo so io che cosa c'è di guasto in paese.
— Eh? — fece il parroco.
— C'è il diavolo, — affermò la donna con serietà imperturbabile.
Don Prospero trasalì. Era figlio di contadini, e nonostante il suo naturale buon senso non era mai riuscito a liberarsi interamente dai pregiudizi ereditari.
Pur volle fare il disinvolto. — Sciocchezze!