Erano passati trent'anni da allora; gl'ippocastani erano sempre gli stessi; trent'autunni li avevano sfrondati, trenta primavere li avevano rivestiti di nuove foglie senza scemar vigore alla loro robusta vecchiezza; ma quelli che trent'anni addietro s'eran riposati alla loro ombra, avevano inciso le proprie iniziali sul loro tronco, avevano raccolto il frutto selvatico caduto dai loro rami, dov'erano adesso?.. L'antico studente diventato ministro poteva ben ripetere col personaggio della Sonnambula
Cari luoghi, io vi trovai,
Ma quei dì non trovo più.
Due carri di fieno tirati da buoi procedevano lentamente verso la città; in senso opposto venivano una timonella e due biciclette, una delle quali, non avendo altra strada libera, invase il sentiero dei pedoni e rasentò le gambe di Sua Eccellenza, che piegò istintivamente a sinistra, verso una panca di pietra ove stava seduto un uomo di età matura con un giornale in mano. L'uomo, d'aspetto civile, indossava un vestito di lana color pepe e sale, aveva un cappello a cencio sotto cui spuntavano i riccioli d'una chioma brizzolata, e teneva stretto fra le ginocchia un ombrellone blù, da parroco di campagna. Al movimento fatto da Cervara per scansarsi dalla bicicletta, egli alzò gli occhi, si turbò, e, come seccato dell'incontro, tornò a sprofondarsi nel suo giornale.
Ma anche gli occhi del Ministro s'eran fissati sul lettore solitario, ne avevano in un lampo scrutato la fisonomia e correndo a ritroso del tempo avevano rievocato l'immagine d'un giovine di ventidue o ventitrè anni, bello della persona, mediocre d'ingegno, gentile d'animo, ardito, entusiasta, un misto di poeta e di sognatore.
E dalla bocca, quasi inconsapevole, di Sua Eccellenza uscì un nome: — Varesio!
Ecco, quantunque gl'intrighi della politica, la caccia agli onori, l'abitudine del potere non avessero interamente guastato il cuore a Tito Cervara, è da scommettere che, in condizioni ordinarie, egli, pure imbattendosi in Varesio, non avrebbe fatto un passo verso il vecchio camerata, il quale mostrava in modo manifesto di voler schivarlo. Sarebbe accaduto a lui quello che, pur troppo, accade in generale a noi tutti, allorchè queste larve d'un passato remoto sorgono d'improvviso in mezzo alla nostra vita febbrile e spesso affaccendata in minuzie. Pensando alla seduta ove siamo attesi, al caffè che siamo avvezzi a sorseggiare, alla visita che ci siamo impegnati a fare in quell'ora, noi siamo lieti se ci riesce di sgattaiolar via inavvertiti, o di cavarcela con un cenno del capo o un buon dì frettoloso.
Ma Sua Eccellenza era in speciali disposizioni d'animo; il suo camerata gli appariva in un momento nel quale tutto l'esser suo era attirato da una forza irresistibile verso la giovinezza, verso gli anni di bagordi e di studi, e nella sua bella voce baritonale c'era un calore comunicativo quand'egli si fermò sui due piedi e ripetè il nome pronunziato pur dianzi: — Varesio!
Poichè ormai non c'era più scampo, costui si levò da sedere, rosso, confuso e si portò la mano al cappello.
— Bando alle cerimonie, — disse Cervara arrestandogli il braccio. — Mi riconosci?