Le pareva ieri. Suo marito doveva partir la sera per Roma affine di conferire col Ministro prima d'imbarcarsi alla Spezia. Ella era uscita con lui e con l'Olga. Erano entrati in una bottega di giocattoli, avevano preso una scatola di cubi per Mario, una mezza dozzina di soldatini infrangibili per Giorgetto che mostrava istinti belligeri; all'Olga avevano lasciato scegliere una bambola di suo gusto. Ed ella, fra varie, aveva scelto questa, e l'aveva battezzata subito per Jolie, ch'era il nome d'un'altra già posseduta da lei e finita tragicamente nell'autunno, in campagna, sotto le ruote d'un carro. Co' suoi capelli di stoppa, il suo nasino schiacciato, il suo sorriso stupido, la nuova Jolie non era il tipo della bellezza greca; pur non mancava di pregi; poteva star ritta, seduta, in ginocchio, moveva gli occhi, diceva, premendole una molla nel ventre, mamma e papà; inspirava insomma quella fiducia che sogliono inspirar le persone sane di corpo e sane anche, se non raffinate, intellettualmente.
— La terrai con cura? La conserverai sin ch'io torni? — aveva chiesto il babbo all'Olga.
E l'Olga aveva promesso di sì.
A Clara, che rammentava la vita breve delle puppattole precedenti, la promessa era sembrata assai temeraria; pure era un fatto che, in otto mesi Jolie non aveva sofferto troppe avarie. Una piccola echimosi alla testa per una caduta accidentale, una slogatura ad un braccio, una paralisi all'articolazione d'una gamba, una frattura interna che rendeva tardo e difficile il funzionamento della molla, quest'era tutto. Jolie non si reggeva più nè in piedi, nè seduta, nè in ginocchio, Jolie non moveva più gli occhi, non diceva più che in modo confuso mamma e papà; ma del resto Jolie godeva buona salute e manteneva inalterato il sorriso ch'è indizio d'umore sereno e pacifico.
Olga l'amava con passione. La mattina il suo primo pensiero era quello di domandarle se aveva dormito bene: poi c'era la toilette che si rinnovava più volte nella giornata, giacchè Jolie possedeva un ricco corredo estivo e invernale; poi la colazione, le visite, il desinare, la cena; infine, la sera, l'Olga non si coricava se non aveva spogliata e messa a letto la bambola coprendola di panni gravi o leggeri a seconda della stagione. Nella mente della fanciulla Jolie doveva essere associata alle gioie e ai dispiaceri della famiglia; portava gli auguri nei dì onomastici e natalizi, si rallegrava del parto felice della gattina di casa, si doleva del mal di denti della cameriera, univa i propri saluti a quelli che l'Olga inviava al babbo.... E se il babbo, nelle sue lettere, dimenticava di corrispondere all'atto cortese, l'Olga se ne risentiva come di offesa fatta a sè stessa e cercava di consolarne la sua favorita.
Che più? Durante la sua malattia, nei brevi intervalli tra due accessi di febbre, l'Olga voleva Jolie sul suo letto, le parlava con la sua voce fioca, le chiedeva scusa se non s'occupava di lei come il solito, le prometteva di risarcirla, dopo guarita, della sua forzata trascuranza. E qualche ora prima di morire, scotendosi un istante dal suo sopore letargico, ell'aveva balbettato: — Jolie ha freddo.
Tutto ciò ricordava la madre mentre Jolie spariva nell'ampio sacco, insieme al cerchio, alla palla di gomma, ai piattini di stagno; ricordava tutto ciò e le pareva che dal fondo del sacco la chiamassero: — Mamma! — e le pareva di riudir le parole: — Jolie ha freddo.
Ella si voltò verso Cadeo quasi per interceder grazia. — Dottore, anche la bambola?...
— È necessario, cara signora.
Clara si coperse il viso con le mani. — Dio mio, Dio mio!