Quest'era la verità. I miti e patriarcali abitanti, alieni dalle risse e dal sangue, non sarebbero stati in grado, neppur volendo, di custodire l'integrità della loro Isola. Se parte degl'immigranti arrivavano alla spicciolata su leggieri navigli, altri vi giungevano in massa, col sorriso sul labbro ma con la spada al fianco, come offrenti a scelta la pace o la guerra.
E fu pace. I coloni giuravano ubbidienza alle leggi, rispetto alle donne, partecipazione ai tributi; avendone in cambio dono di terreni da coltivare o da fabbricarvi e libertà piena di esercitare le loro industrie e di adorare Iddio a loro modo. Senonchè, la pace ufficiale non impediva le contese private, che, un tempo sì rare nell'Isola, divenivano a mano a mano più frequenti ed acerbe. Ma quantunque un selvaggio furore armasse le destre (che gli stranieri avevano appreso l'uso dell'armi anche agl'indigeni) e le punte affilate cercassero i cuori, nessun colpo riusciva mortale. Il sangue si stagnava, le piaghe rimarginavano; gli avversari, stupiti di vivere, si separavano con occhi lampeggianti d'un odio infinito come l'eternità. Ogni tanto accadeva una cosa tragica. Con un tacito accordo, due nemici irreconciliabili staccavano in silenzio una barca dal lido, e a forza di remi e di vele si spingevano lontano nel mare, oltre la zona privilegiata.... Talora ritornava uno solo dei due; talora non ritornava nessuno; sballottata dai flutti la barca vuota veniva a investir sulla spiaggia.
III.
Mezzo secolo era trascorso dal giorno memorabile del solenne rendimento di grazie agli Dei, e l'Isola non pareva più quella. La città s'era estesa lungo il lido e sul dorso della collina, altri villaggi s'erano aggiunti agli antichi, e nelle valli appartate e sulle cime solitarie giungeva il fremito della vita. Benchè non vi fosse ormai angolo di terra, per quanto sterile e ingrata, che non sentisse l'aratro, e i pescatori, sfidando il pericolo, solcassero una larga tratta di mare, l'agricoltura e la pesca non erano più l'uniche fonti da cui la popolazione traesse il sostentamento. La necessità aveva aguzzato gli ingegni e fatto fiorire l'industrie e i commerci; la materia prima si trasformava in cento opifici; da cento cantieri uscivano navi superbe che alimentavan gli scambi; e, come se non bastasse il lavoro alla luce del sole, uomini, donne, fanciulli, armati di picconi, scendevano nelle misteriose profondità della terra per strapparne i tesori.
Pur l'Isola aveva perduto la sua poesia e la sua gentilezza; le native virtù della popolazione erano scomparse con lo sparir della morte; ogni vincolo era allentato; ogni affetto illanguidito; perfino l'amor materno, libero dall'ansie che lo fanno trepidar sulle cune, era diventato arido e freddo.
E leggi e costumi avevano subito un'alterazione profonda, poichè l'accumularsi delle generazioni non permetteva di lasciar sussistere gli antichi rapporti giuridici e modificava radicalmente tutti i criteri morali.
Così, non venendo la morte a sciogliere la dipendenza dei figli dai genitori, era, a una certa età, imposta l'abdicazione di questi in favore di quelli; cedevano la potestà, cedevano gli averi, restavano, ospiti tollerati, nella famiglia.
Pei matrimoni s'era ricorso a un altro espediente, e visto che la prospettiva di stare insieme sino alla fine del mondo metteva una grande inquietudine in corpo a mogli e a mariti, il patto nuziale aveva assunto carattere temporaneo; le unioni si contraevano per un quarto di secolo, salvo a rinnovarle di mutuo accordo, come le Società anonime. Purtroppo nemmen ciò bastava ad appagare le impazienze penetrate nel sangue, e là ove un giorno era sacro il rispetto del talamo succedevano scandali a scandali. Anche la più bella coppia dell'Isola s'era divisa dopo vent'anni; la splendida Risorta, nel pieno fulgore della sua giovinezza, aveva abbandonato il declinante Poeta. Ed egli, ferito nel suo amore, deluso ne' suoi ideali, viveva ormai solo e sdegnoso sulla vetta erma d'un colle dicendo al cielo e al mare lontano i canti che gli uomini non intendevano più.
Ma grave sopra ogni problema incombeva sull'Isola il problema economico. Le ricchezze, frutto della raddoppiata attività, s'erano concentrate in mano di pochi e non davano la felicità nemmeno a quei pochi, travagliati perpetuamente dalla cura gelosa di conservarle e dalla cupidigia febbrile di accrescerle: gli altri, pur faticando l'intera giornata, campavano a stento. Indi furti, rapine e sommosse; indi piene di gente rissosa le strade, piene di prigionieri le carceri. E le angustie dell'oggi erano un nulla in paragone ai terrori del domani. Quest'Isola, ove non moriva nessuno e ov'erano continue le nascite, come sarebbe bastata a capire, a nutrire i suoi abitanti? Ecco il pensiero che occupava assiduo le menti, ecco la domanda che saliva senza tregua alle labbra. Nè il quesito era agitato con la calma di chi considera in modo obbiettivo un avvenire che non lo tocca; qui i casi dell'avvenire toccavano tutti; qui tutti dovevano chiedere a sè medesimi ciò che, in un tempo non molto lontano, sarebbe accaduto di loro. Nelle piazze, nei privati ritrovi, nei Consigli dei governanti si discutevano strane, stupefacenti proposte. D'impedire l'immigrazione non si parlava più; era cosa fatta. Il provvedimento da cui gl'indigeni avevano rifuggito era stato preso dagli stessi immigranti contro gl'immigranti nuovi; solo in via eccezionale ed assoggettandosi a gravissimi balzelli era ormai permesso di fissar la propria dimora nell'Isola; le invasioni si respingevano a mano armata e si respingevano con fortuna; perchè fra le molte trasformazioni dell'Isola era notevole questa: che vi si erano sviluppate le virtù militari e un piccolo esercito custodiva la costa e un piccolo naviglio vigilava gli approdi. Ma ben altro occorreva per arrestare l'addensarsi minaccioso della popolazione. E chi invocava leggi che frenassero i matrimoni, e chi pretendeva fissare il numero massimo dei figliuoli per ogni famiglia; e chi suggeriva la soppressione dei bimbi illegittimi gettandoli in mare là ove il mare veramente ingoiava la sua preda, e chi voleva, pei delinquenti, sostituito l'esilio al carcere, e chi l'esilio chiedeva per quanti o dall'età o dalle condizioni fisiche fossero resi inetti al lavoro. Triste a dirsi, il feroce proposito non era balenato prima alla mente di uomini sciolti da ogni legame domestico; anzi i primi a manifestarlo, i più caldi a sostenerlo erano quelli che, quand'esso fosse stato accolto, avrebbero visto disertata la casa da congiunti un tempo carissimi. “Perchè,„ dicevano aspramente costoro, “perchè devono i pochi faticar per i molti? Perchè il frutto de' nostri sudori, già scarso a noi, alle mogli, alla prole, deve andar diviso coi bisavoli e coi trisavoli?„ E le donne, pur sì pietose, aizzavano i mariti, e i bimbi erano educati a guardar con occhio ostile le lunghe, squallide schiere dei vecchi gialli, magri, stecchiti, sfilanti silenziosamente per le vie, o immobili al sole, le mani scarne intrecciate sul pomo dei nodosi bastoni, le pupille fisse nello spazio in atto di muta interrogazione. Pareva dicessero: “Che giova vivere?„
Nondimeno, solo pochissimi osavan morire. Anticipando volontari l'esilio che pendeva sul capo di tutti, quei pochissimi sparivano nella notte, senza che neppur le famiglie si curassero di sapere ove erano andati. Ma i più si ribellavano contro il destino che li minacciava. Benchè la terra natale fosse loro divenuta nemica, si tenevano stretti alla terra natale; benchè la vita fosse sì dura, s'aggrappavano disperatamente alla vita.