E, appunto in quel cinquantesimo anno, quando l'Isola fortunata avrebbe dovuto celebrare il suo giubileo; ed era invece maggiore la eccitazione degli animi, maggiore il fermento contro i parassiti, alcuni tra gli anziani si volsero supplichevoli per aiuto al Poeta, come a colui che forse poteva stornar la procella. “Non questo„, egli rispose sconfidato. “Sono un superstite come voi, sopravvivo alla mia gloria, sopravvivo al mio genio. Una cosa posso e devo: dividere la vostra sorte„.
E seguì gli amici, ahi quanto diverso anch'egli da quello d'un tempo! Egli s'avvicinava al novantesimo anno; era entrato nel grigio crepuscolo che, ai limiti estremi di quella che noi chiamiamo vecchiezza, avvolgeva nell'Isola uomini e donne. La bella, ampia fronte, già eretta verso le stelle, si piegava oggi come sotto un peso invisibile; nei lunghi capelli inanellati, nella lunga barba fluente brillavano con nitore metallico numerosi fili d'argento, un'ombra di malinconia appannava gli occhi sfavillanti e profondi, e in tutta la persona era un'aria di stanchezza, un languore diffuso che contrastava con l'antica baldanza.
Tuttavia, per combattere l'ultima lotta, egli trovò ancora una volta gli accenti che scuotono e trascinano con una forza che nessun ragionamento non ha. A che ripetere le sue parole? Divise dal suono, dal gesto, dal ritmo, sarebbero come fiori avvizziti, pallida immagine di ciò che furono. I coetanei bevevano avidamente l'ineffabile armonia che li richiamava agli anni felici; i giovani, invano riluttanti, subivano il fascino d'un'arte primitiva ed ingenua. Molte ciglia che ignoravan le lacrime s'inumidirono, molti cuori induriti furono vinti da un impeto di tenerezza, e nella universale commozione la legge, ormai pronta, che decretava gli esigli fu lacerata.
Ma il Poeta sentiva che il suo trionfo era effimero. Gli risonavano nell'orecchio due frasi mormorate dietro di lui nella folla, senza passione, senz'astio, con una tristezza pacata che ne raddoppiava il significato: “Ciò che non si è fatto oggi dovrà farsi domani„. “Costui parla come quando sì moriva„.
Meditando le gravi parole, egli ritornava al suo eremo. “Rimani con noi„, gli avevan detto gli amici. Egli non aveva voluto. Non solo desiderava evitare ogni possibile incontro con la sua bella infedele; ma troppo gli stringeva il cuore il mutato aspetto della città ch'egli ricordava tranquilla e gioconda in riva al suo mare, impregnata di fragranze e circonfusa di luce. Ora le case, non bastevoli alla popolazione sempre crescente, salivano ad altezze vertiginose; il fumo delle officine velava i raggi del sole e l'azzurro del cielo; le strade immerse nell'ombra erano intronate dal frastuono dei carri, dallo scalpitìo delle bestie, dalle grida irose degli uomini; scomparsi i giardini che un tempo cingevano le abitazioni private; scomparsi i viali, i boschetti già brulicanti d'una folla gaia e felice; appena qua e là un esile arbusto protendeva i rami stecchiti dal muro di qualche buio cortile, in atto di naufrago che implori disperatamente soccorso.
All'aperto, all'aperto! Sulla cima aerea ove ancora battagliavano liberi i venti, e lo sguardo spaziava nell'orizzonte, e gli uccelli, improvvidi del domani e paghi di lor vita breve, passavano a stormi cantando.
Il Poeta era già fuori dell'abitato quando una donna velata gli sbarrò il cammino.
— O mio Poeta, — ella esclamò, sollevando il velo, — mi riconosci?
Egli fece un passo indietro. — Risorta!
— Sì, sono Risorta, la tua Risorta. Ero laggiù tra quelli che ti ascoltavano estatici, volevo uscir dalla folla, gettarmi a' tuoi piedi, e non n'ebbi il coraggio.... Troppo t'offesi.... Potrai tu perdonarmi?