— Non piangere, tesoro, — disse Lidia, — non piangere.

L'Erminia che serviva la frutta si chinò sulla fanciulla. — Cos'ha? Era tanto allegra prima.

— Niente non ha, — replicò Lidia. — Lasciala stare.... Piuttosto, alza quella tenda, apri meglio quella finestra.

Un raggio di sole, rinfrangendosi sulla vetrata, rigò d'una striscia luminosa la tovaglia bianca, sprigionò un breve scintillìo dalle boccie e dai bicchieri, lambì le rose che si sfogliavano.

— Oh! — fece Valentina mettendosi la mano davanti agli occhi.

Ma il sole era scomparso. Lidia guardava le rose che alla tepida carezza parevano essersi ravvivate un istante, aver dato un profumo più intenso, come l'anima dell'anima loro. E dietro le rose avvizzite rivide ancora una volta il suo lago, la sua villa, i suoi genitori, il suo cane decrepito e moribondo.... Oh perchè, perchè non era laggiù?

Si alzò bruscamente da tavola e propose a Valentina di salire insieme in terrazza per annaffiare le piante.

— Ci vieni, davvero?

— Sì, ci vengo.

Era di solito un ufficio affidato all'Erminia; in quell'ora Valentina aveva l'abitudine di mostrare i suoi quaderni alla mamma, e di fare i suoi piccoli còmpiti sotto la direzione di lei. Oggi delle lezioni non ce n'erano, e mamma e figliuola s'inerpicarono per le due scale erte, buie e anguste che conducevano alla terrazza.