— Se capita lo zio, — disse Lidia alla cameriera, prima di salire, — chiamami subito.
— Sissignora.
Nè la terrazza era spaziosa, nè le piante eran molte; un trenta o quaranta vasi al più, guastati in parte dalle irruzioni frequenti dei gatti del vicinato. Non ci volle quindi un gran tempo ad annaffiarli, ma Lidia, quand'ebbe finito, anzichè scendere si affacciò al parapetto da cui l'occhio, libero per tre lati, spaziava in un ampio orizzonte spingendosi fino alla linea vaporosa dell'Alpi. Dalla massa dei tetti accavallantisi gli uni sugli altri emergevano le punte aguzze dei campanili e le cupole rigonfie delle chiese; i fili del telegrafo correvano paralleli nell'aria come le righe d'un libro di musica; le rondini a stormi ora lambivano i comignoli delle case ora si sprofondavano nell'azzurro, cantando; nella mite luce crepuscolare si smorzavano tutti i colori e tutti i contorni.
Montata sopra una panca di legno, accanto alla madre che le aveva passato un braccio attorno alla vita, Valentina domandava: — Che campanile è quello? Quella che chiesa è?
Non sempre Lidia era in grado di rispondere all'interrogazione, e allora la bimba brontolava infastidita: — Non sai niente. — Ma la sua curiosità non scemava per questo, ed ella tornava ad appuntare il dito qua e là. — Dimmi, che cos'è?
— Smetti, non vedi ch'è quasi buio?
Scendeva a poco a poco la sera; in cielo brillavano le prime stelle. Un lume apparve a una finestra d'una casa lontana lontana; si dileguò, riapparve, svanì.
— Chi sta in quella casa? — chiese Valentina.
— Scioccherella, come vuoi ch'io sappia?
— Perchè non sai?